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07 Ottobre 2022 / 02:11
Paura degli algoritmi? Mostriamo al mondo quanto sono utili

 
Scenari

Paura degli algoritmi? Mostriamo al mondo quanto sono utili

di Massimo Cerofolini - 27 Aprile 2022
È la convinzione di Marco Landi, l’italiano ex presidente di Apple mondiale, oggi a capo di QuestIt e ideatore del Festival dell’intelligenza artificiale di Cannes: «Consentono applicazioni straordinarie nel campo della salute, della comunicazione e della cybersecurity. Ma serve una certificazione per software che siano inclusivi, sostenibili e responsabili»
«C’è una cosa più di ogni altra che accomuna le dieci aziende più ricche del mondo: l’aver puntato tutto sull’uso dei dati presenti online. Basterebbe questo per mettere l’intelligenza artificiale al centro di qualunque piano di ripresa economica. Eppure, qui in Italia, da una parte prevale una paura irrazionale, dall’altra i piani per queste nuove tecnologie sono ai margini degli interventi pubblici». C’è un misto di passione e amarezza nella voce di Marco Landi, uno di quegli italiani che hanno scritto e continuano a scrivere le migliori pagine dell’innovazione a livello globale. Ex presidente di Apple per il mondo, oggi a capo di QuestIt, Landi ha appena portato a casa, in veste di ideatore e organizzatore, il primo Festival sull’intelligenza artificiale che si è svolto a Cannes a metà aprile. Con lui proviamo dunque a capire le opportunità che l’universo degli algoritmi può offrire alle nostre imprese e come smontare le avversioni che spesso l’opinione pubblica erge contro macchine e robot.

A che punto siamo nel campo delle tecnologie legate all’intelligenza artificiale?

Siamo su una soglia decisiva. Perché è davvero arrivato il momento di passare dalla mitologia dell’intelligenza artificiale, quella raccontata nei film di Hollywood, alla sua realtà effettiva, fatta di idee utili per l’umanità intera. Quello che noto è che oggi la gente ha paura: si è messa in una posizione di guardare agli algoritmi e ai robot come se questi strumenti fossero già pronti a mettersi contro di noi, a diventare più intelligenti di noi, a controllarci e manipolarci. Il problema è che quando hai paura di una cosa, perché non la conosci, finisci che non la controlli. L’obiettivo, allora, è mostrare che l’intelligenza artificiale non è quella distopica della fantascienza ma qualcosa che sta entrando in tutti i settori della nostra vita quotidiana, compresi quelli virtuali del metaverso di cui si parla tantissimo ora. E quindi è qualcosa che c’è per aiutarci. La dobbiamo conoscere per controllarla.

Se volessimo identificare i settori dove questa branca dell’informatica è più avanti?

Il primo campo è la salute. Al festival abbiamo raccontato le nuove operazioni chirurgiche a cuore aperto fatte con l’intelligenza artificiale e con le tecnologie 3D. Impressionanti. Chiunque le abbia viste non può che chiedere nuovi investimenti e ricerche ulteriori per il bene di ognuno di noi. L’intera area della medicina è sotto una rivoluzione tecnologica guidata dai nuovi software.  Immaginiamo il dottore che ha fatto una radiografia e che deve capire se nei miei polmoni c’è un cancro: oggi l’intelligenza artificiale è in grado, con una precisione vicina al 98 per cento, di determinare i punti in cui trovare le cellule cancerogene. In modo veloce ed efficiente. Secondo ambito, la comunicazione. Se noi non avessimo avuto questa esplosione, grazie al digitale chiaramente, ma poi a questa raccolta di dati che ci permette di riversare online una quantità enorme di applicazioni, bene, non saremmo nella situazione nella quale siamo oggi. Di cui tutti, per ricchezza e qualità dei contatti, beneficiamo. Ma c'è un altro aspetto che è importante. Guardiamo per esempio all'agronomia, tanto per dire una cosa che potrebbe sembrare lontanissima. Oggi ci sono robot che permettono di riconoscere gli insetti capaci di creare problemi alla vigna, al grano o alle differenti colture. Queste macchine in totale autonomia si muovano, colpiscono, eliminano i parassiti e rendono la produttività più elevata e più sana. Realtà, non mito. Il modo migliore poi per capire dove le applicazioni dell’Ai saranno fondamentali è guardare ai grandi investimenti in corso. Al numero uno c’è la cybersecurity, che oggi – complici anche le turbolenze geopolitiche - è diventata uno dei temi più scottanti che esistono.

Parlava prima delle paure. Spesso ingiustificate, d’accordo, specie in relazione alle straordinarie e ancora poco conosciute opportunità. Ma a volte questa ostilità nasce nelle persone da problemi concreti che le applicazioni di intelligenza artificiale stanno mettendo in evidenza: questioni etiche, errori di previsione, discriminazioni, grandi consumi energetici. Come affrontare queste oggettive criticità?

È un problema decisivo da fronteggiare. Perché affrontarlo seriamente è l'unico modo per  togliere la paura che spesso avvolge l’opinione pubblica. Come fare?  Quello che noi proponiamo è una Ai etica. Cosa significa? Fondamentalmente che abbia tre requisiti: che sia inclusiva, che sia sostenibile e che sia responsabile. Inclusiva nel senso che l’algoritmo deve essere stato programmato non solo da uomini, e in particolare da uomini bianchi. È necessario cioè che nelle linee di codice si dimostri l’apporto di figure femminili e di persone con particolari caratteristiche che provengono da differenti settori. Quindi basta con gli algoritmi scritti dai white men carichi di idee preconcette e discriminatorie che poi ci ritroviamo dentro le applicazioni di uso quotidiano. Secondo punto: la sostenibilità. Se la quantità e la ricchezza dell’algoritmo diventa talmente forte che richiede, nel momento dello stoccaggio, una enorme quantità di energia, bisogna stare attenti. Significa che la tecnologia utilizzata va cambiata con soluzioni di minore impatto energetico e ambientale. Terzo aspetto, la responsabilità. Vale a dire che sia un’intelligenza artificiale aperta, capace di essere capita e che non sia chiusa: oggi purtroppo capita che persino gli stessi programmatori ignorino come la macchina arrivi a certi risultati. E questo non va bene.

Come promuovere questi algoritmi etici?

Noi stiamo studiano un certificato dei futuri software che garantisca la presenza di questi tre requisiti dell’intelligenza artificiale. Come a dire che di quell’applicazione ci si può fidare perché rispetta inclusione, sostenibilità e trasparenza.

Una delle aree su cui l’intelligenza artificiale sta facendo passi da gigante è quella della simulazione, del riconoscimento e anche della riproduzione di caratteristiche specifiche dell’essere umano: il volto, la voce, la comprensione di un significato, l’interazione. Se ne è fatto un uso positivo nel cinema e nell’intrattenimento, ma se ne possono fare usi distorti nel campo – ad esempio – delle frodi bancarie o, come avvenuto, nel creare un falso video del presidente ucraino che invita il suo popolo ad arrendersi. Non c’è il rischio che queste tecnologie intacchino una delle certezze del genere umano, ossia che ciò che vedi con i tuoi occhi sia tendenzialmente vero?

Io sono presidente di una società che si chiama QuestIt che opera proprio in questo settore. Noi facciamo dei virtual human, ossia copie virtuali di esseri umani, che non solo hanno una faccia specifica ma sono anche capaci di capire le tue emozioni, risponderti empaticamente, reagire in maniera diversa a seconda delle espressioni che leggono sul tuo volto, nella tua voce o nei tuoi gesti. Li chiamiamo multimodali perché si avvicinano sempre di più ai nostri comportamenti. È chiaro che, come in tutta la storia dell’uomo, c’è chi le tecnologie le usa per il bene e chi per il male. Questo è il punto di caduta: l’utilizzo che ne fa l’uomo, non la tecnologia in sé. Io per esempio non uso più gli occhiali da dieci anni, merito di un’operazione di pochi secondi fatta col laser. Col laser però si possono costruire anche armi letali. E allora che facciamo? Proibiamo il laser anche per chi vuole recuperare la vista? Assurdo. Dobbiamo combattere le follie dell’uomo, non i benefici dell’innovazione.

Al festival avete mostrato alcuni delle migliori proposte a livello mondiale. Quali sono quelle che più l’hanno colpita?

La prima è la possibilità di avere a disposizione nelle nostre case un robot che ti segue, ti parla, ti aiuta o porta dei pesi. Di fatto un assistente multifunzionale che aiuterà soprattutto le persone bisognose di un supporto. Sempre più gente in futuro, specie in età avanzata, vivrà da sola e avrà un fortissimo bisogno di essere assistita con i mezzi della tecnologia. La seconda è quella di una compagnia che permette, senza l’uso di videocamere, di monitorare la casa con l’aiuto di sensori: se un’anziana vive da sola, dopo un monitoraggio di due settimane, l’intelligenza artificiale capisce i comportamenti abituali e individua con tempismo le anomalie. Ad esempio, se il frigorifero non viene aperto per un giorno intero, scatta un messaggio a un centro di assistenza o ai vicini che possono intervenire.

Questo mondo sta sviluppando un’economia fatta di programmatori, manager, designer e imprenditori. Che peso gioca il comparto dell’intelligenza artificiale, soprattutto per l’Italia?

Se leggiamo la classifica delle dieci aziende più capitalizzate del mondo, sono otto americane e due cinesi, troviamo soltanto brand che operano nel campo delle nuove tecnologie e dell’uso dei dati. Nomi come Google e Apple, per esempio, in appena due anni hanno più che raddoppiato il loro valore. Tutte le altre imprese, specie europee, che non avevano capito per tempo la necessità e l’urgenza di sposare le soluzioni dell’intelligenza artificiale sono sparite dalla lista dei grandi. L’Italia? È ricca di idee, di giovani che hanno una gran voglia di fare, ne conosco tantissimi e non faccio altro che aiutarli. Manca però un ecosistema capace di dire una cosa semplice, risoluta e chiara: qui dobbiamo investire. La sintesi di come siamo messi nel nostro Paese rispetto a queste nuove tecnologie sono le poche volte che si trovano le parole intelligenza artificiale nel Pnrr del governo. Ma siamo ancora in tempo per cambiare rotta, se solo lo vogliamo.
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