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Green bond: 2019 anno record

 
Scenari

Green bond: 2019 anno record

di Mattia Schieppati - 19 Novembre 2019
Oltre 200 miliardi di dollari di obbligazioni finanziarie nel 2019 per investimenti sulla riconversione sostenibile delle imprese. Un trend avviato 5 anni fa con l’accordo di Parigi e che oggi interessa fondi sovrani, grandi gestori globali e imprese. Uno strumento finanziario che fa bene al pianeta e risponde a una mutata sensibilità dell’opinione pubblica (e degli investitori). Ma attenzione al greenwashing. La fotografia nella rubrica doGood di Bancaforte, realizzata in collaborazione con doValue …
La data che costituisce l’effettivo giro di boa è il 1° gennaio 2020. Praticamente, domani. Quando, a 5 anni dallo storico annuncio sottoscritto da 196 Paesi, l’accordo di Parigi sul clima entrerà in vigore e sarà impegno vincolante, a partire dalla questione più impegnativa e misurabile: il contenimento a massimo +1,5°C dell’aumento della temperatura globale, il che significa che l’economia di tutto il mondo dovrà essere in grado di ridurre in maniera drastica le emissioni dei gas a effetto serra. Un obiettivo che ha richiesto e richiede un ripensamento complessivo dei processi di industrializzazione nella direzione di una produzione più sostenibile.
Va considerato all’interno di questo orizzonte di riferimento il fenomeno, diventato esplosivo negli ultimi due anni, dei green bond, lo strumento finanziario pensato per accompagnare le economie industriali dei singoli Paesi lungo percorsi di riconversione sostenibile. I green bond sono infatti obbligazioni del tutto simili a quelle ordinarie, ma con delle caratteristiche precise per quanto riguarda la destinazione della raccolta, ovvero devono essere finalizzate a progetti ispirati a obiettivi che l’Icma (International Capital Market Association) ha riassunto in cinque punti:
  1. la mitigazione del cambiamento climatico,
  2. l’adattamento al cambiamento climatico,
  3. la conservazione delle risorse naturali,
  4. la preservazione della biodiversità,
  5. la prevenzione e il controllo dell’inquinamento.
Secondo le previsioni della Climate Bond Initiative (Cbi), l’organizzazione non profit che monitora l’andamento di questo mercato finanziario, il 2019 è stato l’anno record delle obbligazioni verdi: entro il prossimo 31 dicembre si prevede un totale di emissioni per 250 miliardi di dollari, record assoluto per questo strumento finanziario (ben 80 miliardi di dollari di controvalore in più rispetto al 2018; quando questo mercato fu inaugurato, nel 2007, si registrarono emissioni per 1,5 miliardi di dollari). Ancora poca cosa se, come annunciato da Hsbc, uno dei principali sottoscrittori al mondo delle obbligazioni sostenibili, in occasione della recente conferenza dal titolo “Developments in green, social and sustainability bond markets” svoltasi a Tokyo lo scorso 9 ottobre, entro la metà del 2021 l’obiettivo è di arrivare a un controvalore di mercato da 1 trilione di dollari.
Fonte: Climate Bond Initiative (CBI)

Un mercato che fa tendenza

Non si tratta di un traguardo impossibile: se fino a pochi anni fa le obbligazioni verdi erano emesse principalmente da organi finanziari internazionali (come per esempio la Banca Mondiale o la Banca Centrale Europea), oggi l’investimento sostenibile piace a fondi sovrani, grandi imprese multinazionali ma anche medie imprese che vogliono prendere sul serio l’impegno (e l’opportunità) di una riconversione sostenibile. «Stiamo scoprendo sempre nuovi clienti che non hanno mai emesso emissioni obbligazionarie di tipo sostenibile», ha dichiarato Marc Mercier, co-responsabile globale per i Debt Capital Markets di Hsbc. Un meccanismo che piace finanziariamente, e che fa tendenza in un mondo sempre più attento all’impatto ambientale (e di conseguenza sociale) delle imprese. Anche la platea degli acquirenti di questo tipo di debito appare infatti molto ampia e con quote di mercato tutte da sfruttare, visto che la sostenibilità ambientale sta divenendo criterio valutativo – quasi un rating non ufficiale – per le detenzioni di portfolio di molti grandi fondi. Il più grande fondo obbligazionario del mondo, Pimco, alla stessa conferenza di Tokyo ha addirittura rilanciato, suggerendo che il mercato debba fin da ora ampliare i propri orizzonti e non rinchiudersi soltanto nella gabbia green: «Le obbligazioni del futuro devono essere calibrate e indirizzate verso un più composito universo di finalità che comprenda, oltre all’ambiente, anche le tematiche più sociali e di politiche governative di inclusione», ha dichiarato da Ketish Pothalingam, portfolio manager del Gruppo. «Aziende che lavorano ad accordi di questo genere con ogni probabilità hanno un focus maggiormente indirizzato verso un business plan sostenibile, che le renda più attrattive. Questo significa che dobbiamo guardare con maggiore attenzione a quel tipo di emittente».

Un Green New Deal globale

Come osservano da Borsa Italiana, «la crescita del mercato dei green bond, e la sua relativa sostenibilità, è dovuta principalmente a due fattori: da una parte l’ingresso nel mercato delle obbligazioni green da parte delle grandi imprese dei paesi emergenti (in particolare Cina e India), dall’altra la crescente attenzione delle istituzioni sovranazionali al tema della sostenibilità ambientale. È infatti sempre più significativa l’attenzione delle organizzazioni internazionali al tema della sostenibilità ambientale: tutte le principali banche di sviluppo (Banca Mondiale, International Finance Corporation, European Bank for Reconstruction and Development, European Investment Bank, Asian Development Bank, African Development Bank) ogni anno rinnovano il loro impegno nella sostenibilità avviando nuovi piani di emissione di green bond. Da parte degli investitori, entrambi i trend portano a una maggiore attenzione a tematiche connesse al cambiamento climatico e all’inclusione finanziaria, due temi centrali nell’agenda mondiale che trovano un forte riscontro nelle linee guida definite all’interno dei Sustainable Development Goals promossi dalle Nazioni Unite» (https://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/green-bond-definizione.htm).Un meccanismo finanziario che consente alle imprese di avere risorse fresche per investimenti, ma che – soprattutto – sta via via abituando il mercato e gli investitori a ragionare secondo una nuova sensibilità. Una tendenza – Greta insegna – ormai affermata e inarrestabile, che la politica e le istituzioni a livello globale hanno inquadrato nel concetto di Green New Deal, tema entrato anche nell’agenda del governo italiano.Complessivamente, in Italia secondo i dati Bloomberg le obbligazioni verdi in circolazione sono 17, per un controvalore complessivo di 10,25 miliardi di euro. Quello italiano rappresenta il 3,6% del mercato totale, guidato dalla Francia con una quota pari al 13,4%,  Stati Uniti con l’11,3% e la Cina con il 9,6%. La vecchia Europa dimostra di essere all’avanguardia, con il 47,7% del mercato, contro il 21,9% dell’Asia e il 16% delle Americhe.
«Ci sono sempre più investitori che scommettono sulle obbligazioni verdi. Non a caso, la Commissione Europea sta lavorando a uno standard europeo per i green bond. E le banche centrali stanno investendo sul tema, con politiche rivolte a banche e fondi pensione che includano i rischi climatici negli asset mix» conferma Giovanna Melandri, ex ministro e oggi presidente della non profit Human Foundation, che si occupa di tematiche legate alla filantropia strategica e all’impact investing. «Alla vigilia della Cop25 sul clima in programma a Madrid i primi giorni di dicembre, credo che il ruolo del green impact investing nel complessivo scenario della lotta ai cambiamenti climatici sia strategico. La rivolta ambientalista della società civile globale merita di essere accompagnata da una riforma radicale del capitalismo e dei processi di produzione, compresi quelli legati ai finanziamenti».

Le buone pratiche italiane

Un ricorso ai Green Bond è stato annunciato anche dal Governo italiano in vista della prossima manovra economica, ma per il nostro Paese non si tratta appunto di uno strumento nuovo. Sono infatti già numerosi i casi di aziende che hanno scelto i green bond per investire sullo sviluppo sostenibile. Numerosi gli esempi: tra i pionieri la multiutility Hera, che ha effettuato la sua prima emissione 5 anni fa e ha proposto nel 2019 un secondo titolo da 500 milioni rimborsabile in 8 anni (leggi qui); terza emissione nel 2019 per Enel, da 1 miliardo di euro, che andrà a finanziare progetti di sviluppo, costruzione e repowering di impianti di generazione da fonti rinnovabili, realizzazione, gestione e funzionamento di reti di trasmissione e distribuzione, oltre a sistemi di smart metering, sviluppo, costruzione, installazione e manutenzione di progetti relativi alla mobilità sostenibile, smart lighting, efficienza energetica e demand response  (leggi qui); seconda emissione, a luglio, per Ferrovie dello Stato, 700 milioni che saranno dedicati per oltre il 70% all’acquisto deitreni regionali Pop e Rock (circa 70 nuove unità), ma anche locomotive elettriche e i carri di ultima generazione per il trasporto merci (leggi qui). Da segnalare infine la ricchezza della rendicontazione messa a punto da Intesa Sanpaolo per illustrare gli impegni e i risultati del green bond da 500 milioni emesso nel giugno 2017 (leggi qui) per sostenere lo sviluppo di progetti legati alle energie rinnovabili.
Un dettaglio del Green Bond Report di Intesa Sanpaolo – giugno 2019

 Green vision o greenwashing?

Tutto bene dunque? Il mondo dell’impresa e della finanza ha imboccato la strada di un futuro più sostenibile? Una nuova sensibilità è evidente, ma in questo scenario green una qualche macchia di dark si intravede. Il problema sta nel fatto che, a parte i criteri  da rispettare - non vincolanti, come detto – non c’è una reale “certificazione” di come vengano effettivamente impiegate le risorse raccolte attraverso i green bond. Una carenza che lascia spazio a chi, sbandierando il green, approfitta di un trend galoppante per scopi non certo all’insegna della sostenibilità. Insight, la più grande società di asset management del gruppo Bny Mellon, ha messo sotto la lente di ingrandimento 83 green bond e 96 social impact bond (investimenti obbligazionari mirati a ottenere un impatto sociale positivo e misurabile) presenti sul mercato mondiale nel 2019 (leggi qui).
Si tratta di un sistema di rating finalizzato a scoprire quanto effettivamente i bond siano sostenibili, al di là delle dichiarazioni ufficiali degli emittenti. Il report di Insight rivela che oltre il 15% dei green bond e oltre il 16% degli impact bond analizzati nel 2019 risultano in qualche modo “sospetti”, poiché incombono dubbi sulla reale sostenibilità dell’emissione, soprattutto per una mancanza di trasparenza sul modo in cui i finanziamenti verranno utilizzati per finanziare progetti dichiarati come “verdi”. Degli 83 green bond passati al microscopio dagli analisti di Insight, 13 hanno un rating “rosso”, in netto peggioramento rispetto al 2018, quando una sola emissione risultò sospetta.
Dati che non vogliono gettare ombre su questo trend, ma che vanno sicuramente tenuti in considerazione per accompagnare, in maniera ancora più attenta e rigorosa, la presa di coscienza collettiva su un’economia capace di “fare bene” (do Good!), anche nel rispetto del nostro pianeta.
La rubrica doGood, realizzata in collaborazione con doValue, racconta le tendenze e le buone pratiche nel campo della Csr, in particolare delle realtà bancarie, finanziarie e assicurative. La rubrica vuole essere una rassegna in presa diretta, attraverso le testimonianze dei protagonisti di come l’impegno delle aziende verso le comunità di riferimento diventa un’importate leva di crescita personale. E professionale ...
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