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03 Aprile 2025 / 06:39
Cathy La Torre: “Diversity? Parliamone meno, ma meglio”

 
Diversity & Inclusion in Finance

Cathy La Torre: “Diversity? Parliamone meno, ma meglio”

di Mattia Schieppati - 3 Marzo 2025
L'avvocata e attivista porterà all'evento D&I in Finance, il 12 e 13 marzo, una "riflessione partecipata" per ridefinire insieme al pubblico un vocabolario comune per affrontare le sfide dell'inclusione.
Avvocata, consulente e formatrice sui temi della diversità e dell'inclusione, il risk management e l'ESG compliance, attivista. Cathy La Torre è una professionista che rompe gli schemi, unendo competenze che vanno dai diritti umani e civili al diritto antidiscriminatorio, dal diritto digitale e delle nuove tecnologie al trattamento dei dati personali a una passione che comunica con forza e con empatia. Fondatrice e a capo dello studio legale , con sedi a Milano, Bologna e Roma, è una degli speaker più attesi della prossima edizione di D&I in Finance, che si svolgerà il 12 e 13 Marzo a Milano (iscriviti qui).
Non sarà il solito speech, quello che La Torre porterà a D&I in Finance, ma un dialogo che coinvolgerà i presenti rendendo la riflessione il più possibile partecipata. Titolo? "ABC delle diversità - Un esercizio interattivo di equità". Nella chiacchierata con La Torre, partiamo da qui.
Avvocata, l'"esercizio interattivo" che porterà all'evento ABI ha lo scopo, attraverso domande mirate, di far emergere i bias, anche quelli più profondi. In una dinamica di questo tipo, quando si affrontano a tu per tu con le persone i temi dell'equità e delle diversità, sono più scomode le domande che si fanno, o le risposte che si ricevono?
Dipende dall'approccio. Io parto dalla consapevolezza che le persone "potrebbero non sapere": non di mai per scontato che abbiano già un'alfabetizzazione di base su questo tipo di tema, e sul linguaggio per affrontarlo. Per esempio, io non parlo né di equità né di diversità: il termine che io uso, e che mi piace, è "unicità": tutte e tutti siamo diverse e diversi, la diversità non è il tema. Bisogna riportare il pensiero al fatto che ciascuno è unico, con la sua personalità, il proprio orientamento, la propria storia, i propri sogni. Se partiamo dall'unicità, anziché dalla diversità, ciascuno si sente in qualche modo protagonista di questa riflessione. Non è una riflessione che riguarda gli altri, quelli che secondo noi sono "diversi". Io in un anno faccio oltre 200 giornate di formazione, dialogo con oltre 50mila lavoratrici e lavoratori ogni anno di aziende di tutte le dimensioni: con questo approccio, non c'è mai stata una situazione di imbarazzo.
Per un'azienda che investe seriamente per costruire una cultura aziendale fondata sull'inclusione, quali sono i ritorni tangibili? Perché è un buon investimento?
Da un lato c'è l'aspetto formale, quello dell'essere compliant rispetto agli indicatori ESG: se l'azienda non attua una politica anti-discriminatoria o anti-harrassment, sui permessi lavorativi per la famiglia, per l'equità di genere, non sta rispondendo alle normative, e quindi ha delle penalizzazioni. Ma questo aspetto formale viene superato da un altro tema, molto più sostanziale. C'è un ritorno importante che è dato dal miglioramento della qualità dell'ambiente lavorativo. Trascorriamo nel posto di lavoro almeno 8 ore al giorno. Buona parte della nostra vita da svegli. Che cosa significa trascorrere buona parte della nostra vita magari dovendo nascondere la nostra personalità, mentendo quando si racconta cosa si è fatto nel weekend, o in vacanza, non poter raccontare il perché dei nostri momenti di debolezza... Se non possiamo esprimere la nostra identità e la nostra complessità nel luogo di lavoro, ogni giornata diventa un inferno. E questo malessere inevitabilmente si riflette nella qualità del nostro lavoro, oltre che della nostra vita. Non solo: un'azienda che lavora seriamente sui temi dell'equità e dell'inclusione favorisce l'employer branding, la talent attraction e la talent retention. E oggi sappiamo che, soprattutto in certi settori, quella dell'attrazione dei talenti è una necessità vitale.
Come si sta muovendo il mondo bancario e finanziario rispetto a questi temi?
Il mondo del finance sta facendo molto, anche perché i grandi fondi di investimento chiedono di essere compliant sul fronte ESG. Ma, anche in questo caso, c'è una ricaduta concreta nell'innestare questa cultura in maniera profonda in un'organizzazione, come può essere una banca o una realtà assicurativa: nel rapporto con il cliente, ormai, è fondamentale possedere la sensibilità e il linguaggio adeguato per relazionarsi con qualsiasi tipo di unicità. Soprattutto se si vuole entrare in relazione con una clientela giovane, molto più attenta a questo tipo di atteggiamento.
Quali sono e restano ancora oggi, all'interno della cultura aziendale, i bias più difficili da superare?
Io li chiamo i "punti G": genere e generazioni. Sulla parità di genere a livello di organigrammi di vertici e di gender pay gap c'è ancora tanto da lavorare. E anche sulle opportunità per i giovani. Soprattutto in un Paese, come l'Italia, dove ancora a 50anni sei considerato un giovane...
Con i cambiamenti in atto sullo scenario geopolitico, tanti elementi relativi al tema inclusione che - se pur di recente e dopo un lungo lavoro - parevano acquisiti, sembrano essere rimessi in discussione. Quanto di quel che si è seminato ha attecchito, e ha radici abbastanza forti per superare la bufera, e cosa invece verrà spazzato via?
Ho la sensazione che sentiremo parlare ancor a lungo di "cultura antiwoke", e forse serve fare anche un'analisi autocritica: se c'è questo rigetto, in alcuni casi anche violento, è perché sui temi della diversità e dell'inclusione abbiamo forzato tanto, e in troppo poco tempo. Sono temi che hanno bisogno di tempi di maturazione lunghi, perché vanno a scardinare una cultura mentale che si è formata e stratificata in millenni. Di sicuro troppe organizzazioni hanno usato questo tema solo come uno strumento di marketing, non come asset strategico, e lo si è visto dalla rapidità con cui quelle stesse aziende hanno smantellato dalla sera alla mattina i propri programmi di diversity. In ogni caso, se guardiamo all'Italia e all'Europa, c'è ancora tanto da fare: negli Stati Uniti le aziende hanno cominciato a fare diversity management trent'anni fa, le politiche sulle molestie e sull'harassment sono rigidissime... In Italia questi principi minimi sono ancora da costruire. Bisogna lavorare con attenzione e pazienza, senza forzature, per evitare che si sviluppi una resistenza o, peggio, che questi temi diventino rumore di fondo.
 

D&I IN FINANCE: il 12 e 13 marzo l'evento a Milano

 
Marco Elio Rottigni, Direttore Generale ABI, Stefano Scarpetta, Direttore Occupazione, Lavoro e Affari Sociali OCSE, Cathy La Torre, Avvocata, Speaker, Consulente e CEO Wildside, Igor Suran, Direttore Esecutivo Parks - Liberi e Uguali, Riccarda Zezza, Autrice di "MAAM Maternity as a Master" e "Cura" , Rita Querzè, Giornalista Corriere della Sera, Giampaolo Colletti, Direttore Startupitalia...  
Sono solo alcuni dei nomi degli oltre 60 relatori che il prossimo 12 e 13 marzo presso l'Auditorium Bezzi Banco BPM di Milano animeranno l'edizione 2025 di D&I in Finance, l'evento promosso da ABI e organizzato da ABIEventi nato per consolidare e valorizzare gli interventi svolti dal settore bancario e da altre realtà imprenditoriali a favore delle politiche di Diversità (D) e Inclusione (I) nella finanza.
L'evento, che insieme all'Osservatorio D&I che si è svolto nel corso dell'anno, si inserisce in un articolato percorso che ABI ha sviluppato sui temi della diversità e dell'inclusione, vuole offrire alle imprese bancarie e non, momenti di approfondimento sulla correlazione tra la cultura della diversità e dell'accessibilità e le leve strategiche e di business.
Grazie al coinvolgimento di prestigiosi interlocutori, D&I in Finance analizzerà il cambiamento culturale sotteso alle attività di inclusione, equità e valorizzazione delle diversità.
Scopri l'evento e iscriviti qui
 
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