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29 Novembre 2022 / 11:14
Milano capitale del fintech

 
Fintech

Milano capitale del fintech

di Massimo Cerofolini - 14 Ottobre 2020
«Stiamo facendo della città un polo di attrazione di capitali e talenti», dice Alessandro Longoni (nella foto), head di Fintech District, polo di attrazione per le aziende dell’innovazione tecnologica in ambito finanziario che in tre anni è diventato un polo di riferimento a livello europeo e ha sviluppato con il Salone dei Pagamenti una vivace e produttiva collaborazione fatta di idee e di storie imprenditoriali. Una realtà che aggrega già «quasi la metà delle startup italiane che innovano la finanza e presto l’Hub di Bankitalia», conferma Pietro Sella. Il mercato internazionale, la ripresa della comunità italiana, i rapporti tra startup e banche, le ricadute del covid: tutte le sfide per gli investimenti e i servizi della rivoluzione digitale letti attraverso le voci di questo brillante ecosistema dell’innovazione.
Quasi la metà di tutte le aziende italiane che innovano nella finanza. Una posizione geografica e un’apertura culturale già in linea col resto d’Europa e del mondo. La scelta della Banca d’Italia di aprire qui il suo Hub sui servizi del futuro. E – non ultima – una collaborazione ormai strutturata con il Salone dei Pagamenti, fatta di scambio continuo di idee, di giovani imprese da coinvolgere, di talenti da valorizzare. Metti in fila questi elementi e capisci perché Milano è ormai la città italiana leader quando si parla di fintech, e che questo primato è dovuto alla presenza e all’attività nella metropoli lombarda di Fintech District, la comunità di riferimento per l’ecosistema fintech italiano, che ha appena festeggiato il suo terzo compleanno. «Il nostro ecosistema», spiega il responsabile Alessandro Longoni, sulla splendida terrazza del grattacielo S32, «rafforza i suoi legami con Milano e punta a renderla una vera e propria fintech city, un polo di accelerazione unico, pensato per attrarre capitali e talenti sul mercato nazionale».

Il lievito dell'innovazione

In un anno minato dal coronavirus, il Fintech District ha fatto quadrato ed è riuscito comunque a raggiungere risultati di tutto rispetto: «Sono 34», elenca Longoni, «le nuove fintech che si sono unite alla comunità negli ultimi mesi, portando a 158 il numero totale delle nostre giovani aziende. Nel frattempo sono raddoppiati i nostri corporate member, da 7 a 14, con nomi come Amazon Web Services, Axa, Auriga, Banca Sella, Boston Consulting Group, Cerved, Credem, Crif, EY, Gruppo Bancario Cooperativo ICCREA, IBM, OCS Organizzazione Consulenza Sistemi, UBI Banca, Zurich. A questi vanno poi aggiunti gli otto nuovi professional member che hanno aderito all’iniziativa lanciata in pieno lockdown, mettendo a disposizione consulenze gratuite per i nostri associati”. Una massa critica che diventa anche momento di coinvolgimento aperto con il Fintech Summit, che si svolgerà il 10 e 11 dicembre in versione online, e il 4 e 5 ottobre del 2021 con un appuntamento fisico.
È dentro questo farina di grani diversi, come startup, grandi aziende, colossi tecnologici, istituzioni, centri di ricerca, consulenti e persino banche tra loro in concorrenza, che il lievito dell’innovazione è pronto a gonfiare l’impasto del fintech italiano. Il confronto con l’Europa, dove il 2019 ha portato 6,5 miliardi di dollari di investimenti (il 71 per cento in più rispetto all’anno prima), ci vede per il momento in coda: basti pensare che se il Regno Unito raccoglie la metà dei capitali investiti in startup finanziarie e la Germania un quinto, noi ci fermiamo appena al 2 per cento, con un sesto del numero delle aziende innovative britanniche. La gara però è solo agli inizi. Precisa Pietro Sella, ceo del Gruppo Sella e promotore del Fintech District: «Come avvenuto con la rivoluzione industriale, anche in quella digitale siamo partiti dopo gli altri. Ma come siamo diventati la seconda manifattura europea sono fiducioso che recupereremo terreno anche in questo campo. Diamoci il giusto tempo e concentriamoci sulle potenzialità esistenti. Del resto basta guardare qualche dato: tra il 2016 e il 2019 gli investimenti del fintech in Italia sono cresciuti del 330 per cento, il numero delle startup marcia su una crescita annua del 27 per cento e la stessa adozione dei servizi fintech ha superato la metà del pubblico del nostro Paese».
 

Banche-fintech: una cooperazione consolidata

Quello che è importante, sottolinea Sella, è che il divario col resto d’Europa può diminuire proprio grazie alla collaborazione tra fintech e grandi aziende, un’intesa che funge anche da stimolo per il mercato degli investimenti. Perché da soli si arriva anche prima, ma – come recita un vecchio adagio - è insieme che si va lontano. Una competizione al servizio della cooperazione, sintetizza questo imprenditore, erede di una famiglia che da 450 anni fa dell’innovazione il suo sigillo: «Il vento», dice, «sta cambiando: sei banche su dieci ormai collaborano stabilmente con le fintech e le ritengono una fonte di opportunità per portare innovazione e nuove tecnologie a un ritmo più veloce. Il vantaggio alla fine dei conti è reciproco».
«L’ecosistema fintech italiano», riflette Paolo Zaccardi, ceo di Fabrick, il primo soggetto nato nel nostro Paese con il preciso obiettivo di favorire l’open banking, cui fa capo il Fintech District, «ha mostrato nella fase di emergenza segnali di tenuta, riuscendo a cogliere le sfide legate alla crescente digitalizzazione delle imprese e alle nuove abitudini dei consumatori, sempre più a loro agio coi pagamenti e i servizi online. E la validità di questo lavoro di dialogo e contaminazione tra diversi attori è testimoniata dai tanti progetti che nascono oggi all’interno della nostra community, a cominciare dall’accordo siglato pochi giorni fa con illimity per lo sviluppo di Hype, la carta che semplifica la gestione del denaro».

L'effetto covid

E per accorciare la distanza con gli altri Paesi europei e rafforzare l’ecosistema, durante l’emergenza, la community di via Sassella – dove ha sede il District - ha impegnato le sue risorse su una serie di iniziative. «Tra queste», ricorda Longoni, «la Fintech District Academy, costituita con gli imprenditori della community e forte di oltre 18 ore di contenuti o il Fintech Hyper accelerator che, con l’aiuto di partner affermati come StartupBootcamp e Digital Magics, mira a riportare sul territorio innovatori italiani e nuovi talenti».
Certo, il covid resta un’incognita sul futuro con cui bisogna fare i conti. E il suo passaggio lascia impronte pesanti sull’intero sistema finanziario. Nel bene e nel male: il rischio di credito, l’aumento dell’adozione del digital banking negli acquisti, l’intervento del governo a supporto della liquidità delle Pmi. «Durante il lockdown», analizza Sella, «sono cresciuti di molto sia i nuovi clienti online, sia il numero delle transazioni digitali».
E anche sulle startup le ricadute della crisi sono state a tinte miste: secondo un questionario del Politecnico di Milano, la metà delle giovani aziende non hanno registrato grosse variazioni in seguito alla pandemia, un quarto ne avrebbe risentito negativamente e il restante ne avrebbe addirittura guadagnato. «Per alcune fintech», osserva Sella, «il lockdown è stato un vero e proprio volano. Specie in tre ambiti: quello dei pagamenti digitali, visto il boom degli acquisti online, quello della cyber security, considerati i nuovi rischi di attacchi informatici e quello dei prestiti digitali alle piccole e medie imprese, dato che alcune fintech sono state autorizzate a erogare finanziamenti coperti da garanzie statali, con un conseguente aumento delle attività».

Next step (con un occhio all'Europa)

E ora? Come evolverà il settore? «Molto dipende dall’Europa», continua il Ceo del Gruppo Sella, «visto che la Commissione di Bruxelles nei giorni scorsi ha pubblicato la sua Strategia sulla finanza digitale, un documento che evidenzia le priorità e i prossimi passi per costruire e rafforzare l’offerta fintech nel Vecchio continente. Per farcela abbiamo bisogno di alcune regole chiare: favorire l’adozione di tecnologie innovative, grazie a deroghe o requisiti specifici se la tecnologia lo richiede; ricorrere a meccanismi come gli hub o il sandbox, per incrementare la sperimentazione di nuove idee; garantire un level playng filed tra gli operatori dei vari Stati membri e tra Banche, fintech dei gruppi bancari e fintech indipendenti; favorire la raccolta di fondi e finanziamenti da parte delle società fintech e in particolare delle fintech innovative».
Alla fine, senza ignorare le difficoltà della pandemia, Pietro Sella non nasconde il suo ottimismo. «Ovvio», conclude, «che le minacce in questo momento non manchino, soprattutto per quanto riguarda il calo di fatturato di molte aziende. Ma personalmente classifico come positivi tutti i cambiamenti che risolvono i problemi delle persone. E mai come in questo periodo si assiste a un proliferare di idee e di soluzioni di grande valore per le sfide che abbiamo davanti, a partire da quella dell’ecosostenibilità. Ecco, spero che il Fintech District e tutto l’ecosistema della finanza innovativa possano dare un contributo importante a questo miglioramento».
 
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