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Denaro, neuromagia e "trappole" della mente

 
Pagamenti

Denaro, neuromagia e "trappole" della mente

di Mattia Schieppati - 7 Novembre 2019
La seconda giornata del Salone dei Pagamenti si apre con una conferenza-spettacolo che unisce neuromagia a profonde riflessioni sul significato dei soldi. Oltre 350 ragazzi delle scuole partecipano a una vivace sessione, tra trucchi d’illusionismo e ragionamenti su quanta consapevolezza ci sia in ogni atto di pagamento
Il denaro è qualcosa di vero o è un’illusione? Quello che sappiamo sul denaro, quello che facciamo con il denaro – o quello che ci fanno fare – è qualcosa che sta nel nostro cervello, o è qualcosa che qualcuno ha messo nel nostro cervello? Domande forse da porre e da porsi nello studio ovattato di uno psicanalista, anziché nell’immensa sala Silver del MiCo di Milano. E invece è qui che si apre la seconda giornata del 7 novembre del Salone dei Pagamenti, con domande particolari, un allestimento particolare – sul palco divanetto, poltrona tavolino, come nello studio di uno psicoanalista appunto – e soprattutto un pubblico particolare: oltre 350 ragazzi delle scuole secondarie di secondo grado, insieme ai loro professori.
Queste le premesse della Sessione plenaria, organizzata con la collaborazione di Feduf – Fondazione per l’Educazione Finanziaria, con il ritmo di una conferenza-spettacolo dal titolo Persone, Macchine, Denaro. Uno spettacolo di Neuromagia, un intreccio narrativo guidato da numeri di illusionismo pensato, scritto, diretto e interpretato da Massimo Bustreo, umanista, consulente in psicologia dei consumi e del denaro, docente allo Iulm di Milano ma anche coach e formatore, qui nei panni dello psicanalista che scava nel mago smagato, e Edoardo Tettamanti in arte Ares, il mago appunto, illusionista professionista nonché allievo di Bustreo nello stesso ateneo milanese.
Il risultato, un viaggio di oltre un’ora tra i meccanismi del cervello, tra l’illusione tra quella che è la realtà e quella che pensiamo sia la realtà, tra volontà e condizionamento, teorizzata nel dialogo tra lo psicanalista e il mago e tradotta poi in pratica, davanti agli occhi stupefatti del pubblico, con “numeri” di illusionismo condotti in diretta. Più che la cronaca, a dare il polso della situazione sono il silenzio, la partecipazione e le risate dei 350 ragazzi presenti, un pubblico di sicuro non facilissimo da “catturare” per un tempo così prolungato.
Gli spunti tematici lanciati con giocosa nonchalance durante lo spettacolo sono stati numerosi, e ciascuno meritevole di riflessione: come le persone prendono le loro decisioni quotidiane, quali gli strumenti invisibili che le condizionano, che ruolo ha il denaro nelle scelte, quando la mente ci mente, quali le esperienze emotive, le mappe mentali che guidano le nostre conoscenze e i nostri comportamenti. Punto di arrivo del percorso, il tema – fondamentale nel contesto bancario-finanziario – della fiducia. Cos’è la fiducia, quanto e come il denaro è ancora, oggi, la manifestazione esteriore, concreta, di un patto di fiducia tra due persone, tra due soggetti.
«Ormai e sempre più siamo dei “fedeli consumatori”», dice Massimo Bustreo, «liberamente obbligati a compiere scelte che altri hanno già fatto per noi e verso le quali ci hanno sapientemente guidato. E pensiamo che quelle scelte siano le nostre scelte, che la realtà che il nostro cervello ha immaginato sia la realtà».
Le cosiddette “trappole della mente” sono il tema sul quale i ragazzi sono stati chiamati a riflettere, e senza dubbio lo strumento scelto è stato suggestivo ed efficace, com’era nelle premesse: «Niente conferenze statiche, niente lezioni frontali», conferma Giovanna Boggio Robutti, Dg di Feduf: «Quello che abbiamo voluto portare al Salone anche quest’anno è un metodo di coinvolgimento dei ragazzi estremamente interattivo, renderli protagonisti e partecipi di riflessioni su un tema, quello del denaro e dei pagamenti, che presenta per loro ancora tante trappole interpretative, che i ragazzi devono imparare a conoscere e riconoscere».
Le “trappole della mente”, e la loro sconfessione, hanno accompagnato la seconda parte della conferenza spettacolo, che ha visto protagonisti relatori che, nei loro diversissimi contesti professionali, hanno a che fare con queste trappole e con le mappe mentali che il cervello individuale e i contesti sociali costruiscono ogni giorno.
Lo fa Gennaro Tufano, Responsabile Piattaforme e Servizi Digitali Banco BPM, che ha spiegato ai ragazzi il backstage di pensiero che una banca affronta quando per esempio deve realizzare una app per la gestione dell’home banking. «Per conquistare la fiducia delle persone, dell’utente, le aziende devono lavorare sull’esperienza d’uso. Un’esperienza utente negativa crea frustrazione e perdita di fiducia; se creiamo un’esperienza positiva, le persone sono più propense a usare i nostri servizi. Pensiamo per esempio all’esperienza utente garantita dal mondo del gaming: i ragazzi oggi sono abituati a quello, sono esperienze avanzatissime: dobbiamo aver presente quel mondo, se vogliamo fare davvero qualcosa di innovativo».
Denso di valore l’intervento di Stefano Morpurgo, Chief Operating Officer Auticon, società software che arruola al suo interno persone – tanti ragazzi – autistici. «Pensare che l’autistico sia una persona che ha un “errore di sistema” è una trappola della mente. Noi abbiamo voluto cambiare la prospettiva, dire e dimostrare che chi è autistico ha semplicemente un sistema operativo diverso dal nostro, che sa fare cose diverse – e sa farle meglio – rispetto a chi non è autistico». Il successo che Auticon sta avendo sul mercato, non solo italiano, dimostra come uscire da questa trappola della mente sia spesso vantaggioso.
Altra trappola è quella “sventata” dalla testimonianza di Filomena Floriana Ferrara, Master Inventor e Csr Leader IBM Italia, e in questo caso la trappola è quella della diversity: «Alle scuole superiori, poi all’università, e quindi in azienda, essere una ragazza e una donna che ha scelto di lavorare nel campo della programmazione, della tecnologia, è sempre stato considerato strano. Mi sono sempre trovata in un contesto quasi esclusivamente maschile, perché – trappola della mente – noi donne non siamo mai state considerate in grado di fare bene nel campo della programmazione». Filomena e la sua carriera sono lì a dimostrare che forse si tratta di un luogo comune sbagliato, e la conferma arriva dal progetto Nerd, lanciato da IBM e sviluppato insieme a 13 università in tutta Italia, che apre le porte dei laboratori IBM a ragazze dai 13 anni coinvolte attraverso programmi di scuola-lavoro in progetti che le avvicinano al mondo del coding, della programmazione, dell’intelligenza artificiale.
Si torna quasi a un clima di neuromagia con l’intervento di Luciano Canova, economista, docente della Scuola Enrico Mattei, esperto di quella disciplina a metà tra economia, marketing e psicologia che è il “nudge”, la spinta gentile, quei meccanismi che vengono messi in atto per condurre gli utenti verso scelte predeterminate (prendere il caffè della macchinetta con poco o tanto zucchero, per esempio…). «L’industria, qualsiasi industria, cerca di incoraggiare scelte migliori dei suoi consumatori conoscendo e usando le mappe del cervello. Non sempre questo è fatto con secondi fini negativi, anzi. È importante però che le persone siano consapevoli di questi meccanismi».
A concludere la mattinata, una quasi-coetanea dei ragazzi in sala: Valeria Cagnina, a 18 anni già presente nella classifica delle donne più influenti del tech italiano. Valeria è ormai un punto di riferimento nel mondo della robotica (ha progettato il suo primo robot a 11 anni…), ha fondato e guida OFpassiON, “azienda di robotica educativa”, spazio e metodo rivolto a bambini dai 3 ai 100 anni che utilizza la passione per la robotica per trasmettere le soft skill, tanto ai ragazzi quanto ai top manager, per attività di coaching e team building. La trappola della mente contro la quale Valeria si scaglia è quella dell’impossibilità, dei limiti che spesso le persone si autoimpongono. «Niente è impossibile», dice Cagnina, «nella nostra scuola è vietato dire “non ce la faccio” o “non sono capace”. Insieme costruiamo piccoli e grandi robot, ed è una strada per imparare, oltre che la tecnica e la tecnologia, anche a lavorare insieme, a collaborare, ad andare oltre i nostri limiti. E si impara che sbagliare, e ripartire, è il modo migliore per crescere».
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