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06 Marzo 2026 / 17:09
Women by Women: il racconto corale del femminile al PhotoVogue Festival

 
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Women by Women: il racconto corale del femminile al PhotoVogue Festival

di Maddalena Libertini - 6 Marzo 2026
Come le donne si rappresentano e immaginano: a dieci anni dalla nascita, il PhotoVogue Festival torna a interrogarsi sullo sguardo del femminile con il progetto Women by Women, ospitato alla Biblioteca Nazionale Braidense. La direttrice Alessia Glaviano ci ha spiegato perché è importante farlo in questa fase storica e come la prospettiva femminile contribuisce ad ampliare gli immaginari e il racconto del reale.
Per il decimo anniversario il PhotoVogue Festival ha deciso di fare il punto e riprendere in versione aggiornata il tema della prima edizione: l'immagine al femminile. 
Nel 2016 l'urgenza da esplorare era il Female Gaze, un'alternativa allo sguardo maschile sul corpo della donna, sguardo storicamente egemone nell'arte e nei media, portatore di un appiattimento su canoni estetici rigidi o artificiali. Nel 2026 l'open call internazionale Women by Women ha allargato la riflessione dallo sguardo alla visione per cercare di comprendere lo spazio della prospettiva e della rappresentazione al femminile e abbracciarne la complessità.
Non a caso quest'anno il festival, che si è tenuto a Milano dall'1 al 4 marzo, è stato ospitato per la prima volta in un luogo simbolo della complessità del sapere e della conoscenza, la Biblioteca Nazionale Braidense. Una scelta, nata dalla collaborazione con la Biblioteca e la Pinacoteca di Brera, che ha ribadito l'importanza di diversità, pluralità e molteplicità in un momento storico in cui, dice l'organizzazione di PhotoVogue, ha bisogno di essere fermamente sostenuta. Sempre in questa chiave sono stati intesi il superamento delle logiche binarie oppositive e l'apertura alla fluidità e all'autodefinizione di sé: un femminile che non è confinato in una essenza stabile, ma è una identità mobile, modellata da esperienze di vita, differenze culturali, energie sociali e politiche, avventure corporee.
Alla chiamata del bando hanno risposto 9500 candidature da 149 paesi con l'invio di circa 100.000 opere. Per l'evento espositivo principale Women by Women sono stati selezionati i progetti di 45 artiste, fotografe e videomaker internazionali i cui lavori spaziano tra diverse sfere - intima, privata, collettiva e universale ­- e differenti registri, da quello lirico a quello più apertamente politico.
Ne abbiamo parlato con Alessia Glaviano, Head of Global PhotoVogue e direttrice del Festival
Dal Female Gaze del 2016 al Women by Women del 2026 cosa è cambiato? Nell'open call di quest'anno avevate citato Susan Sontag, "la fotografia non si limita a riflettere la realtà: contribuisce a costruirla". Perché oggi è necessario tornare a interrogare la prospettiva femminile e quale realtà può aiutare a rendere visibile? 
Dieci anni fa, quando abbiamo dedicato il Festival al Female Gaze, aveva senso farlo in modo quasi esplicitamente reattivo. Era necessario nominare e mettere in discussione uno squilibrio storico: uno sguardo dominante, in larga parte maschile, che per secoli ha contribuito a costruire l'immaginario visivo, definendo corpi, ruoli e narrazioni. Parlare di sguardo femminile significava rivendicare un'altra prospettiva e affermarne la piena legittimità.
Oggi il contesto è cambiato. Non perché quell'asimmetria sia sparita, ma perché il discorso si è fatto più complesso e stratificato. Non siamo più soltanto nella fase dell'opposizione, o della risposta a uno sguardo imposto. Ci stiamo emancipando da una dimensione esclusivamente reattiva. Women by Women non nasce contro qualcosa, ma a partire da una pluralità di voci che esistono in modo autonomo e che non possono essere ricondotte a un'unica definizione.
Il passaggio è significativo: non più un solo "sguardo femminile" in contrapposizione a uno maschile, ma una costellazione di sguardi, sensibilità, esperienze e linguaggi. Oggi emergono molte più sfumature e molte più intersezioni con geografia, cultura, classe, identità. La questione non è più dimostrare che le donne possono guardare e raccontare il mondo, ma riconoscere la ricchezza e la complessità di come lo stanno già facendo.
Per questo ci riferiamo a Susan Sontag: la sua idea che la fotografia non si limiti a riflettere la realtà ma contribuisca a costruirla. In un ecosistema visivo iper-saturo, accelerato e continuamente performativo, le immagini non solo descrivono il mondo: lo rendono pensabile, desiderabile, accettabile, oppure lo marginalizzano. Tornare oggi a interrogare la prospettiva femminile significa chiedersi quale realtà vogliamo contribuire a rendere visibile e quindi possibile.
Le artiste oggi portano alla luce esperienze spesso rimosse o semplificate, e lo fanno non soltanto in chiave di denuncia. Raccontano la cura come pratica politica, il desiderio come spazio di autodeterminazione, le genealogie familiari come archivi viventi, i corpi nella loro complessità, le comunità dall'interno. Non è una fotografia "di genere": è una fotografia che amplia il campo del visibile e ridefinisce ciò che consideriamo centrale.
Il dialogo, a mio avviso, dovrebbe evolvere in una direzione meno binaria e più strutturale: non solo chi guarda e chi è guardato, ma cosa c'è dietro: chi ha accesso ai sistemi culturali, chi viene sostenuto e commissionato, chi può trasformare una pratica artistica in una professione. La rappresentazione è fondamentale e deve andare di pari passo con un cambiamento delle condizioni di produzione, distribuzione e legittimazione delle immagini.
In questi anni si sono registrati progressi in termini di parità di genere, body positivity, attenzione al linguaggio inclusivo e al rispetto delle diversità anche grazie a iniziative come la vostra. Questi risultati, seppure parziali, possono essere considerati acquisizioni su cui continuare a costruire oppure posizioni da difendere continuamente - una linea di trincea in cui se non si avanza, si arretra? E qual è il ruolo delle immagini in questo processo?
Quando parliamo di avanzamenti in ambito di gender equality, body positivity, linguaggio inclusivo e riconoscimento delle diversità, è importante specificare che ci riferiamo soprattutto al contesto occidentale. In Europa e in Nord America, anche grazie al lavoro di piattaforme culturali ed editoriali, si è assistito a un ampliamento della rappresentazione e a un cambiamento significativo degli immaginari.
PhotoVogue, però, è una piattaforma globale per sua natura. Parla a una comunità internazionale di artiste e artisti, pubblici e professionisti provenienti da contesti culturali, politici e sociali molto diversi tra loro. E sappiamo bene che in molte regioni del mondo le condizioni sono profondamente differenti. In alcuni Paesi, parlare di autonomia del corpo, libertà di espressione o parità di diritti non è un dibattito teorico ma una questione concreta, talvolta rischiosa. Per questo è fondamentale non assumere mai che le conquiste siano universali.
Anche in Occidente, peraltro, nulla può essere dato per acquisito. Negli ultimi anni assistiamo a un clima politico e culturale che in diversi Paesi sembra muoversi in direzione opposta rispetto ai progressi compiuti: diritti rimessi in discussione, narrazioni polarizzate, tentativi di restringere gli spazi di autodeterminazione. Questo ci ricorda che i diritti non sono lineari e che ogni avanzamento richiede vigilanza. Più che una linea di trincea, parlerei di un processo continuo di consolidamento e trasformazione. Le conquiste devono diventare strutturali, non solo simboliche. 
E in questo processo le immagini hanno un ruolo centrale. Le immagini operano a livello culturale e simbolico. Prima ancora delle norme giuridiche, cambiano gli immaginari. Se per decenni un certo tipo di corpo, di famiglia, di leadership, di successo è stato rappresentato come norma, è attraverso la pluralità delle immagini che possiamo ridefinire quella norma e renderla più inclusiva. L'immagine non è mai neutra. È uno spazio di potere, ma proprio per questo è anche uno spazio di possibilità. E la cultura ha il compito di mantenere aperto questo spazio, soprattutto nei momenti in cui sembra restringersi.
All'open call del PhotoVogue Festival 2026 sono arrivate moltissime risposte da tutto il mondo: è possibile rintracciare ricerche o tematiche condivise? E, all'interno di questo panorama, quale narrazione compongono i progetti selezionati per la mostra principale?
Le quasi centomila proposte ricevute da 149 Paesi raccontano un desiderio globale di rappresentazione che è anche desiderio di partecipazione attiva. Molti dei progetti non chiedono solo di essere visti, ma di essere riconosciuti come parte di un discorso collettivo.
Tra le linee di ricerca ricorrenti emergono alcune sensibilità condivise: l'attenzione ai legami intergenerazionali, la memoria come strumento di resistenza, la relazione tra corpo e territorio, l'identità come processo e non come etichetta, la cura come pratica politica, il racconto delle comunità marginalizzate dall'interno e non dall'esterno.
I 45 progetti selezionati per la mostra principale Women by Women non compongono una narrazione unica e compatta. Sono piuttosto come capitoli di un libro corale. Insieme disegnano una geografia emotiva e politica del nostro tempo, in cui le donne non sono oggetto di rappresentazione ma soggetto attivo, autrici di visioni che attraversano conflitti, desideri, traumi, trasformazioni. PhotoVogue accende un faro su una narrazione plurale, non ideologica, ma profondamente consapevole del fatto che l'immagine è uno strumento di costruzione del reale. E che assumersi questa responsabilità oggi è un atto culturale, ma anche civile.
 
Il PhotoVogue Festival si conferma una piattaforma culturale che coniuga etica, estetica e responsabilità, un osservatorio critico globale e un momento di incontro. Accanto alla mostra principale una seconda open call, East and South East Asian Panorama, ha offerto una mappatura della fotografia contemporanea asiatica. Tra gli altri contributi, molti presentati per la prima volta in Italia, la rassegna video Pleasure & Disobedience, e per Women in Dialogue il progetto multidisciplinare Compañerx di Camila Fálquez a sostegno della Ley Integral Trans, la prima legge colombiana a tutela delle persone trans e non binarie. Il tessuto connettivo del festival è stato, come per le edizioni precedenti, il programma dei seguitissimi talk con artisti, fotografi, attivisti, professionisti della moda e della cultura, studiosi, collettivi e associazioni internazionali. Tra le ospiti intervenute, l'artista e attivista Zanele Muholi, la fotoreporter di guerra Anastasia Taylor-Lind, la direttrice della rivista Atmos Willow Defebaugh, la giornalista Charlotte Jansen, la fotografa Kiana Hayeri. La coralità delle voci ha tratteggiato un paesaggio volutamente irriducibile a definizioni e categorie codificate: anche per questo possiamo dire che Women by Women è un manifesto aperto, plurale e in divenire.
 
Credits: Chantal Pinzi, "Shred the Patriarchy" - PhotoVogue Festival 2026
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