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01 Luglio 2022 / 05:04
Smart o ufficio: come lavoreremo quest’anno?

 
Scenari

Smart o ufficio: come lavoreremo quest’anno?

di Mattia Schieppati - 22 Agosto 2021
La ripartenza di settembre fa i conti con il “new normal” nell’approccio alle modalità di lavoro. Una ricerca del World Economic Forum con Ipsos svolta in 29 Paesi del mondo mostra come l'introduzone definitiva di formule ibride e flessibili sia un tema di dibattito aperto
Da un lato c’è un lavoratore come un tal Mark Zuckerberg, che pochi giorni fa ha dichiarato: «Ho scoperto che lavorare da remoto mi ha dato la possibilità di fare riflessioni più di lungo termine e mi ha aiutato a stare di più con la mia famiglia, il che mi ha reso più felice e più produttivo», e che sulla base di questa sua personalissima esperienza conferma che i quasi 60mila dipendenti della sua Facebook potranno lavorare in modalità smart “a tempo indeterminato”.
Dall’altra chi, come il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon (e molti altri leader di grandi aziende globali) che ha considerato chiusa l’esperienza emergenziale del lavoro da casa e ha richiamato in sede – dopo tutti gli opportuni accorgimenti di messa in sicurezza - tutti i dipendenti, spiegando che «la maggior parte dei professionisti impara il proprio lavoro attraverso un modello di apprendistato, che è quasi impossibile replicare nel mondo Zoom; col tempo, questo inconveniente potrebbe minare drasticamente il carattere e la cultura aziendale».
In mezzo, le tante, tantissime aziende che si sono organizzate secondo modelli ibridi, con alternanza di lavoro da casa e lavoro in sede, in molti casi ripensando gli spazi per ottimizzare questa nuova dinamica di attività. Una quadra definitiva, insomma, non è stata ancora trovata, ed è scuramente troppo presto per fare una valutazione a freddo su quale sia la formula migliore – per l’azienda, ma anche per le stesse persone – di gestione del lavoro. Di sicuro, però, il Covid-19 ha aperto un fronte di riflessione importante su un aspetto, quello del lavoro d’ufficio, che era dato per ovvio e consolidato.

La ricerca del World Economic Forum

Il team di ricerca del World Economc Forum, in collaborazione con l’istituto Ipsos, ha provato a sondare a livello globale quanto e come la pandemia abbia modificato in maniera permanente le modalità di lavoro, attraverso una ricerca pubblicata a fine luglio e condotta su 12.500 dipendenti di diverse tipologie di aziende distribuiti in 29 Paesi del mondo. I numeri confermano quello che è un sentire comune: la maggioranza dei dipendenti è favorevole a formule di lavoro flessibile, che sono considerate più produttive a livello professionale e, naturalmente, migliorative per quanto riguarda la qualità della vita personale e famigliare.Non solo: addirittura un terzo degli intervistati ha affermato che prenderebbe in considerazione la ricerca di un altro lavoro se fosse costretto a tornare in ufficio a tempo pieno.
Il sondaggio mette in discussione anche una serie di previsioni negative sugli effetti del lavoro a distanza, come la perdita delle relazioni tra colleghi, la perdita di produttività e l’effetto burn-out causato dallo stress di conciliare vita lavorativa e vita privata al di fuori del “contenitore sicuro” dell’ufficio. In realtà, stando alle risposte degli intervistati, meno della metà degli intervistati ha vissuto negativamente la lontananza dai colleghi, il 64% ha dichiarato di essere più produttivo con un orario di lavoro flessibile e solo un terzo si è lamentato del burn out. Solo un lavoratore su tre ha affermato di sentirsi meno ingaggiato rispetto alle task lavorative da quando lavora da remoto (certo, un lavoratore su tre non è poco…).
 
La maggioranza degli intervistati (66%) ha affermato che i datori di lavoro dovrebbero consentire un lavoro più flessibile anche nella fase post pandemia: a mostrare questa esigenza sono stati soprattutto i rispondenti donne, i genitori di bambini in età scolare, gli adulti sotto i 35 anni e le persone con livelli di istruzione e reddito più elevati. La percentuale che richiede un lavoro più flessibile era più o meno simile tra le persone con figli di età inferiore ai 17 anni (68%) e quelle senza figli (63%).
Ma non tutti i partecipanti al sondaggio hanno espresso il desiderio di lavorare sempre e solo da casa. A livello globale, un quarto delle persone vuole lavorare in ufficio cinque giorni alla settimana non appena la pandemia sarà definitivamente superata (a guidare questa tendenza è il Messico, con il 40%, mentre ha risposto in questo modo 1 lavoratore su 3 di Stati Uniti, Sud Africa, Arabia Saudita, Perù, India e Stati Uniti).
Tra coloro che prediligono il lavoro flessibile, il numero medio di giorni alla settimana indicato per il lavoro da casa è 2,5 (con variabili tra l’1,9 giorni/settimana, di Cina, Francia, Belgio, ai 3,4 giorni dell’India).
 
Prima della pandemia meno di un quarto delle persone (24%) lavorava principalmente da casa a livello globale. Oggi questa modalità riguarda quasi due quinti dei lavoratori (39%), con un ulteriore 22% che lavora fuori casa ma non in ufficio. Tre quarti (76%) delle persone che ora lavorano da casa confermano che la nuova modalità di lavoro è una conseguenza dovuta al Covid-19.
Nonostante il desiderio di flessibilità sia prevalente, i lavoratori intervistati sanno che, molto più realisticamente, la prospettiva sarà quella di un ritorno al lavoro in ufficio. Oltre un quarto delle persone (27%) pensa che ciò accadrà entro sei mesi e un ulteriore 24% entro un anno. Solo il 18% crede che “nulla sarà più come prima”, e che ritmi e modi del lavoro usciranno profondamente mutati da questa emergenza.
 
 
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