Scarpetta (Ocse): “L’Ai non ci sostituisce, ci trasforma”
di Massimo Cerofolini
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14 Febbraio 2025
Meno paura e più strategia: l'intelligenza artificiale sta già rivoluzionando il mondo del lavoro, ma non come nei film di fantascienza. Non si tratta di sostituzione, ma di trasformazione: chi saprà adattarsi vincerà la sfida. Ne parliamo con Stefano Scarpetta, direttore per l'Occupazione dell'OCSE, che al Vertice sull'intelligenza artificiale di Parigi ha presentato i suoi ultimi rapporti sul tema.
L'intelligenza artificiale si sta prendendo il nostro lavoro? No, ma di sicuro lo sta ristrutturando. Se prima la paura era di essere sostituiti dai robot, ora il problema è un altro: come lavoreremo domani, con algoritmi sempre più efficienti al nostro fianco? Le aziende stanno già rispondendo alla sfida, con scenari che variano da maggiore produttività a nuove forme di collaborazione tra uomo e macchina. Ma i lavoratori? Tra consenso e incertezze, il futuro dell'occupazione si scrive oggi. Al vertice di Parigi, che ha visto l'Unione europea, e la Francia in particolare, promettere investimenti miliardari sui nuovi modelli per rientrare in gara, accanto al braccio di ferro sull'Ai tra Cina e Stati Uniti e all'appello del vicepresidente Usa Vance di evitare regole troppo stringenti sulla materia, è intervenuto Stefano Scarpetta, direttore per l'Occupazione, il Lavoro e gli Affari Sociali all'OCSE. Che ha presentato una serie di rapporti sul ruolo che gli algoritmi stanno occupando nel mondo delle imprese e dei lavoratori. Lo abbiamo intervistato.
Direttore, al Summit di Parigi sull'intelligenza artificiale avete presentato una prima indagine sull'impatto dell'intelligenza artificiale nel campo delle imprese e dei lavoratori che ha coinvolto duemila aziende in sei Paesi Ocse: Austria, Canada, Irlanda, Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti. Quali sono le prime evidenze?
La prima evidenza è che, ad oggi, non tutte le imprese utilizzano l'intelligenza artificiale. Tuttavia, tra quelle che la adottano, non si registra una sostituzione massiva dei lavoratori. Più della metà delle imprese mantiene il livello occupazionale e alcune addirittura lo aumentano. Abbiamo condotto un'indagine su 2.000 imprese e 5.300 lavoratori nei settori della manifattura e della finanza. I lavoratori intervistati, quattro su cinque, affermano che l'uso dell'Ai ha migliorato non solo le loro prestazioni, ma anche la qualità del lavoro. Il motivo? Possono così concentrarsi sugli aspetti più interessanti delle loro mansioni e lasciare alle macchine le attività più rischiose o ripetitive. Tuttavia, i lavoratori con basse competenze esprimono preoccupazione per il futuro, poiché vedono gli algoritmi migliorare e temono la loro possibile sostituzione. Quindi, se da un lato c'è un impatto positivo sulla qualità del lavoro, dall'altro emerge un rischio percepito di sostituzione.
Un'altra grande sfida è quella della interazione tra lavoratori umani e algoritmi. È l'oggetto di un secondo rapporto che avete realizzato. Quali sono i risultati?
L'aspetto interessante è che, sebbene si dica che siamo agli albori dell'utilizzo dell'intelligenza artificiale nelle imprese, la nostra indagine su seimila aziende in sei paesi dell'OCSE (Francia, Germania, Italia, Giappone, Spagna e Stati Uniti) dimostra che gli algoritmi sono già ampiamente utilizzati nella gestione del personale. Circa il 90 per cento delle imprese americane e tra il 70 e l'80 per cento di quelle europee utilizzano l'Ai per alcune attività di gestione del personale. In Giappone siamo invece siamo indietro, al 40 per cento.
Avete anche studiato la resistenza delle piccole e medie imprese all'adozione dell'intelligenza artificiale. Quali sono le cause?
L'adozione dell'intelligenza artificiale è molto più bassa tra le piccole e medie imprese per diverse ragioni. Primo, i modelli di algoritmi generativi sono costosi e devono essere adattati alle necessità aziendali. Secondo, c'è carenza di personale qualificato con le competenze giuste per lavorare con l'Ai. Terzo, emerge una questione di responsabilità: chi ha scritto l'algoritmo? Chi risponde degli errori? I dati sono privi di bias, di pregiudizi? Come interpretare i risultati? Ecco, le grandi imprese dispongono di uffici legali e risorse per gestire questi aspetti, mentre le Pmi hanno maggiori difficoltà a risolvere eventuali conflitti legati a un uso inappropriato dei software.
In questi giorni stanno arrivando sul mercato i cosiddetti agenti autonomi, come il nuovo sistema di OpenAI, Operator. In pratica, rispetto ai modelli come ChatGpt, non si limitano a rispondere e a dare consigli all'utente. Ma agiscono al posto suo. Questo modello prenderà piede nelle aziende? E quali saranno le reazioni?
Credo gli agenti autonomi si diffonderanno, perché offrono una forte complementarietà tra lavoratori umani e algoritmi. Non penso a una totale sostituzione degli esseri umani, ma piuttosto a una loro integrazione con l'intelligenza artificiale. I lavoratori potranno essere coadiuvati da algoritmi in diverse attività, dal marketing alla revisione contabile, dalla scrittura alla cybersecurity. Molti lavori cambieranno radicalmente, ma non scompariranno del tutto. La grande sfida sarà l'"augmentation", ovvero l'aumento delle capacità umane attraverso l'uso dell'Ai. Per questo serviranno investimenti nella formazione e nella regolamentazione, per garantire un utilizzo responsabile di questi strumenti.
Alla fine, il bilancio sarà positivo o negativo per il mercato del lavoro? I posti di lavoro persi verranno compensati da nuove professioni?
La storia economica ci insegna che abbiamo sempre saputo gestire le nuove tecnologie, ottenendo non solo più posti di lavoro, ma anche lavori di migliore qualità. La sfida con l'Ai è grande e dipende da noi: dalla nostra capacità di creare regole chiare, investire in formazione e costruire un contesto che ci permetta di trarre il massimo beneficio dalla tecnologia, tenendo sotto controllo i suoi effetti negativi. Il problema principale è la velocità: la tecnologia avanza rapidamente, mentre i processi di regolamentazione e adattamento delle imprese richiedono tempo. Il vero nodo sarà riuscire a colmare questo divario tra il ritmo dell'innovazione e la capacità di risposta degli esseri umani.
Stefano Scarpetta keynote speaker a D&I in Finance 2025
Sarà Stefano Scarpetta il keynote speaker della terza edizione di D&I in Finance, che si svolgerà il 12 e 13 marzo, a Milano, presso l'Auditorium Bezzi Banco BPM.
D&I in Finance è l'appuntamento promosso da ABI e organizzato da ABIEventi nato per consolidare e valorizzare gli interventi svolti dal settore bancario e da altre realtà imprenditoriali a favore delle politiche di Diversità (D) e Inclusione (I) nella finanza.
L'evento, che insieme all'Osservatorio D&I che si svolge nel corso dell'anno si inserisce in un articolato percorso che ABI ha sviluppato sui temi della diversità e dell'inclusione, vuole offrire alle imprese bancarie e non, momenti di approfondimento sulla correlazione tra la cultura della diversità e dell'accessibilità e le leve strategiche e di business.
Grazie al coinvolgimento di prestigiosi interlocutori, D&I in Finance analizzerà il cambiamento culturale sotteso alle attività di inclusione, equità e valorizzazione delle diversità.
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