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05 Marzo 2024 / 01:12
Paolo Benanti: “La corsa alle tecnologie di AI può cambiare gli equilibri di potere”

 
Scenari

Paolo Benanti: “La corsa alle tecnologie di AI può cambiare gli equilibri di potere”

di Massimo Cerofolini - 26 Gennaio 2024
Il neo-presidente del Comitato per l’AI del Governo Italiano legge le mosse in atto nel mercato dell’Intelligenza artificiale. A partire dall’acquisto massivo da parte di Meta di Gpt per addestrare gli algoritmi: “Un investimento da capogiro che mette in scacco i concorrenti e che conferma il ruolo centrale dei proprietari dell’intelligenza artificiale. Dieci miliardi di dollari sono metà della manovra finanziaria italiana. Segno che le grandi compagnie tecnologiche hanno più potere degli stati nazionali”
La notizia è arrivata con un video al termine del World Economic Forum di Davos. Mark Zuckerberg, fondatore di Facebook, ora Meta, ha messo da parte il suo velleitario progetto di portarci tutti nel metaverso, ed è sceso nella pista su cui da mesi corrono veloci i suoi concorrenti: l’intelligenza artificiale generativa, resa popolare dal software ChatGpt di Open Ai. Per addestrare la nuova generazione del suo modello, Llama 3, il signore dei social network ha annunciato l’acquisto 350 mila Gpu, le unità di calcolo che permettono alle macchine di simulare il nostro linguaggio, creare testi, immagini, programmi, sintesi, traduzioni, brani musicali e tanto altro ancora. Sul piatto ha messo un assegno da circa 10 miliardi di dollari. Cifra da capogiro che da una parte potrebbe mettere in scacco gli altri colossi del settore (Microsoft, Google, Amazon, oltre ovviamente a Sam Altam con OpenAi) lasciandoli a corto di schede per i loro piani di espansione (specie in un contesto caldo come quello di Taiwan che sforna oltre la metà delle Gpu a livello mondiale), dall’altra conferma l’idea che i proprietari della nuova intelligenza artificiale si muovono ormai col passo di veri e propri stati sovrani. Almeno, questo è ciò che pensa Paolo Benanti, francescano, a un soffio dalla laurea in ingegneria prima della vocazione, e ora docente di Etica delle tecnologie all’Università Gregoriana di Roma, a capo del comitato per l’intelligenza artificiale sull’editoria voluto dal sottosegretario all’Innovazione Butti e unico membro italiano del Gruppo di esperti sull’argomento istituito dalle Nazioni Unite, che hanno già adottato un termine di suo conio per inquadrare il problema: algoretica. Lo abbiamo intervistato.

Padre Benanti, partiamo dalla notizia: Meta che fa incetta di Gpu. Perché è un fatto importante?

Nel forum di Davos, Zuckerberg ha annunciato in un video sui social di aver acquistato 350 mila Gpu, gli elementi di calcolo per addestrare l’intelligenza artificiale. Questo significa non solo raddoppiare l’attuale capacità di Meta ma soprattutto investire ben 10 miliardi di dollari.

Una cifra paragonabile a quanto spendono gli stati nazionali per le loro opere pubbliche…

Se guardiamo l’ultima manovra finanziaria, la spesa di Meta è circa la metà di quanto previsto dal governo italiano per l’anno in corso. E se prendiamo i dati del 2015 pubblicati dall’Ansa scopriamo che 10 miliardi di dollari sono l’equivalente di quanto il nostro paese ha speso in 40 anni per realizzare la Salerno Reggio Calabria.

Questa mossa ha messo in allarme le compagnie concorrenti, a cominciare da OpenAi, la società che ha lanciato ChatGpt, oggi alleata con Microsoft che sta applicando gli algoritmi generativi su tutti i suoi software sotto l’idea chiava dell’intelligenza artificiale come copilot, assistente tutto fare al servizio degli umani.

Certo, perché queste Gpu, questi motori dell’intelligenza artificiale, sono prodotti in quantità limitata dalle aziende che trattano i semiconduttori, a Taiwan e altri luoghi che vivono attualmente una situazione geopolitica molto calda. Questo mette in allarme ovviamente le imprese rivali di Meta, le quali ora pensano di prodursi in proprio queste componenti sempre più strategiche.

Nel suo video, Zuckerberg annuncia anche un altro obiettivo. Quello di dirigere questo massiccio stanziamento verso la cosiddetta Agi, l’intelligenza artificiale generale, concetto ancora piuttosto vago, ma di sicura presa sugli investitori e sull’opinione pubblica.

L’intelligenza artificiale generale è un sistema che dovrebbe essere in grado di apprendere come può farlo un essere umano, cioè qualcosa che ci somiglierebbe ancora di più. E se Zuckerberg pensa di spendere una cifra così importante, che uno stato farebbe fatica solo a pensare, significa che l’ipotesi di guadagno è molto più alta. Questo ci apre un nuovo orizzonte in cui le grandi compagnie di intelligenza artificiale acquisiscono un potere superiore a quello di molte nazioni del mondo. È un dato storico su cui riflettere.

Come presidente del comitato per l’intelligenza artificiale nell’editoria si sta occupando del ruolo del giornalismo nell’era degli algoritmi generativi. Cosa immagina?

La figura del giornalista è fondamentale per uno stato democratico data la sua capacità di nutrire l’opinione pubblica. La prima sfida è quella di individuare un ruolo professionale chiaro in una stagione che vede gli aggregatori di notizie basati sugli algoritmi generativi in grado di produrre contenuti assimilabili al lavoro umano. Se le macchine dovessero prendere il sopravvento potrebbero esserci gravi rischi. Dobbiamo per esempio garantire che un articolo o un servizio televisivo sia stato effettivamente prodotto da un giornalista, filigranare ciò che l’umano ha prodotto e renderlo riconoscibile come tale.
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