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07 Aprile 2020 / 06:22
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Dalle banche un ponte verso la sostenibilità ambientale

 
Banca

Dalle banche un ponte verso la sostenibilità ambientale

di Ildegarda Ferraro - 3 Marzo 2020
"Il settore finanziario opera nella selezione e nell’orientamento degli investimenti. Oggi il tema dell’allocazione efficiente delle risorse passa anche per l’individuazione delle attività ambientalmente sostenibili". Chi parla in questa intervista è Giovanni Sabatini, direttore generale dell’ABI. "Le banche – aggiunge Sabatini - sono in primo piano. Il settore può essere il connettore tra la sostenibilità ambientale da raggiungere e il quadro attuale, in una transizione che non lasci indietro le imprese e non abbia contraccolpi sociali. Il varo del Green Deal apre importanti opportunità di investimenti".

Fenomeni estremi, climate change, ragazzi che manifestano in Fridays for Future (vedi qui), lei che scenario vede?

Non occorrono molte parole. I ghiacciai che scompaiono rendono bene il quadro. Per me che sono un appassionato di montagna e di alpinismo è davvero drammatico.

Come si inseriscono le banche?

Il settore finanziario e in particolare le banche possono svolgere un ruolo davvero importante, possono essere un ponte verso la sostenibilità con un ancoraggio ad oggi, per evitare impatti negativi sociali e sulle imprese. D’altra parte, la transizione verso una crescita sostenibile dal punto di vista ambientale richiede investimenti ingentissimi. E le banche si occupano di risparmio e investimenti. Sono quindi centrali. Possono essere, come dicevo, il ponte tra l’obiettivo di lungo termine di una economia sostenibile e quello di breve di non avere impatti negativi economici e sociali per effetto di una transizione troppo brusca.

E c’è il Green New Deal varato dalla Commissione (vedi qui).

In quel progetto si stima che i fabbisogni finanziari per venire incontro a questo nuovo scenario siano di 1.000 miliardi. L’intervento del bilancio europeo deve fungere da volano per poi stimolare le iniziative private. Da questo punto di vista si capisce perché il settore bancario può svolgere un ruolo importante.

Qual è l’obiettivo della Commissione?

È di grande impatto. L’obiettivo prioritario che ha posto la Commissione europea è che entro il 2050 l’Europa debba diventare un continente ad impatto climatico zero.

Come vengono individuate le attività verdi?

La questione non è di poco conto. Ormai si fa riferimento al Regolamento europeo sulla “tassonomia”, che consente di individuare quali siano le attività che effettivamente possono essere ricomprese sotto l’etichetta di sostenibili da un punto di vista ambientale. A fine anno i tre co-legislatori - Commissione, Consiglio e Parlamento europeo – hanno trovato l’accordo sulla tassonomia. Adesso quindi abbiamo un quadro, che deve essere ancora completato da una serie di standard regolamentari, ma sono comunque state definite le condizioni in base alle quali una attività può essere qualificata come sostenibile da un punto di vista ambientale. È un punto fondamentale, perché consente di avere un comportamento univoco rispetto alle tipologie di investimento da finanziare.

C’è comunque anche un profilo sociale nella prospettiva ambientale.

È così. In realtà il tema della sostenibilità ha un’interpretazione molto più ampia e quindi le dimensioni anche sociali e dei processi di governance dell’economia rivestono un’uguale importanza. Se già il tema della definizione delle attività di impatto ambientale è complesso, quando ci spostiamo su queste due altre dimensioni la definizione del perimetro diventa ancor più complicata. Il riferimento è a tutta una serie di attività che vanno sotto l’etichetta di Corporate Social Responsibility, su cui comunque da tempo le banche sono impegnate. Oggi il focus, anche alla luce del lancio del European Green Deal è soprattutto sulla sostenibilità ambientale, che comunque ha anche diretti risvolti di tipo sociale.

In che senso potranno esserci impatti più ampi?

Torniamo alle banche. Una volta definite le attività che sono ambientalmente sostenibili, non si può immaginare che da un giorno all’altro si possa girare un interruttore e dire che non possono più essere finanziate quelle attività che non corrispondano a queste caratteristiche. Già oggi per effetto delle regole di Basilea e della regolamentazione complessiva occorre che siano rispettate una serie di condizioni per poter dare credito, se a ciò si aggiungono informazioni sulla sostenibilità ambientale l’impatto sociale può essere molto pesante. La Commissione ha fatto riferimento al “just transition”, nel senso che la transizione deve garantire che questo passaggio verso un’economia ambientalmente sostenibile non determini impatti anche sociali in termini di posti di lavoro perduti oppure di imprese in difficoltà. Occorre trovare le modalità per cui, soprattutto le imprese più piccole, possano effettivamente essere aiutate nella transizione.

Sarà quindi necessario gestire la transizione verso la sostenibilità.

Sarà importante trovare soluzioni equilibrate. E quindi magari immaginare i giusti incentivi perché anche chi ha modelli produttivi non in linea con gli standard definiti per le attività ambientalmente sostenibili possa gestire questo processo. Il ruolo del settore finanziario può essere quello di gestire, di trovare un modo per creare un ponte tra l’obiettivo di lungo termine ambientale e l’obiettivo di breve termine di evitare impatti negativi economici. Da questo punto di vista diventa anche importante il ruolo della regolamentazione. Nel quadro normativo e regolamentare del settore dovranno essere individuate le nuove categorie di rischio da inserire ai fini dei modelli di valutazione. Così, per esempio, come si incorporano i rischi ambientali anche negli stress test è un tema a cui ormai i regolatori fanno riferimento. Si comincerà a considerare questa nuova dimensione del rischio.

Le banche quindi sentono il tema vicino.

Sì. Noi come settore bancario europeo abbiamo cominciato ad occuparcene da tempo. C’è moltissimo lavoro da fare in tempi brevi, ma allo stesso tempo senza adottare approcci drastici che potrebbero avere effetti collaterali negativi.

C’è poi anche l’aspetto di rapporto con il cliente.

Progressivamente si dovrà anche integrare la cosiddetta profilatura del cliente, nel senso che quando un cliente sottoscrive il contratto per la prestazione di servizi di investimento gli verrà chiesto quali sono le sue indicazioni rispetto ad investimenti ad impatto ambientale e sociale. Rientriamo nell’ambito della Mifid. Bisogna costruire un quadro complessivo che sia coerente con gli obiettivi. Il settore finanziario opera nella selezione e nell’orientamento degli investimenti, alloca le risorse in maniera efficiente. Oggi il tema dell’allocazione efficiente delle risorse passa anche per l’individuazione delle attività ambientalmente sostenibili, andando quindi ad incorporare nelle metriche di valutazione questa nuova caratteristica e questi nuovi rischi.

Occorre quindi tenere in considerazione il nuovo rischio ambientale.

È così. Certo rispetto a questa tipologia del rischio sia gli intermediari che i regolatori hanno il problema di poter contare su serie storiche di dati dai quali poi estrapolare informazioni, che ora purtroppo non ci sono. Mentre sui casi di default delle imprese di un determinato settore oggi sono disponibili dati di venti, trent’anni e anche di più, bisogna costruire la serie dei dati per misurare i rischi derivanti dal non adottare processi produttivi ambientalmente sostenibili. Analogamente allo Sme Supporting Factor - il fattore che riduce l’assorbimento di capitale per i finanziamenti alle microimprese riconosciuto nell’ambito del recepimento della prima Basilea - oggi si discute del Green Supporting Factor, proprio per cercare di incentivare la transizione verso attività sostenibili da un punto di vista ambientale. Per riconoscere un incentivo i regolatori chiedono che ci siano serie di dati che effettivamente dimostrino a livello sistemico che le imprese che adottano processi e sistemi produttivi sostenibili sotto il profilo ambientale siano meno rischiose. Il punto è che le metriche devono cambiare, uno degli elementi importanti è come aggiornare i modelli di valutazione dei rischi anche creditizi per tener conto di questi nuovi fattori. Ad esempio, aumentando la consapevolezza dei consumatori, degli utenti rispetto ai rischi non sostenibili ambientalmente è chiaro che diminuisce la domanda di quei prodotti. E questo dimostra che c’è anche una correlazione anche con il rischio di default dell’impresa, ma i dati sono ancora scarsi.

Le banche stanno lavorando su questi temi?

Sono in prima fila. Molte banche si stanno già impegnando in maniera tangibile. Noi come Federazione Bancaria Europea e come ABI ci stiamo lavorando da tempo. Il varo del Green Deal apre importanti opportunità, perché è un obiettivo rilevante avere progetti per rilanciare gli investimenti in Europa. Nei piani della Commissione si parla di circa 280 miliardi da mobilitare per progetti sostenibili ambientalmente. Sono in campo molte iniziative che saranno avviate nel 2020 per programmi che avranno lunghi percorsi.
 
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