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27 Novembre 2021 / 09:33
Amadeo Peter Giannini e la banca degli ultimi che diventò la prima

 
Banca

Amadeo Peter Giannini e la banca degli ultimi che diventò la prima

di Massimo Cerofolini - 21 Maggio 2020
A 150 anni dalla nascita di Amadeo Peter Giannini, intervista a Giorgio Chiarva autore del libro “Il banchiere galantuomo”, l’incredibile biografia del figlio di emigranti liguri che fonderà la più grande banca del mondo, la Bank of America, innovando il mondo del credito. E superando sciagure molto simili a quella che stiamo vivendo ...
Era l’aprile del 1906. In tre giorni, il terremoto prima e gli incendi poi avevano ucciso 3 mila persone, distrutto 50 mila abitazioni, cancellato uffici, alberghi ed edifici pubblici, disintegrato un’economia fino a quel momento fiorente. Lui si guardò intorno, prese il carretto delle verdure del patrigno, ci scrisse sopra “Bank of Italy”, lo piazzò tra le macerie di San Francisco e fece quello che nessun altro aveva avuto la voglia e il coraggio di fare: guardare la gente disperata negli occhi, misurare dai calli delle mani la voglia di ripartire e concedere prestiti senza badare alle garanzie. La stessa cosa che avrebbe continuato a ripetere nel corso degli anni, testardo e visionario, fino a trasformare un piccolo istituto nato per aiutare i poveracci nella più grande banca del mondo, la Bank of America.
È un personaggio monumentale, straripante e profetico, Amadeo Peter Giannini, l’inventore del concetto moderno di banca come servizio per tutti, e non solo per i ricchi, l’uomo che nelle tragedie sapeva provare compassione per gli ultimi e scorgere per primo, osteggiato da tutti, il bagliore della rinascita. L’aveva fatto con il sisma e lo avrebbe rifatto durante la crisi del ’29, fiutando il disastro per tempo e mettendo da parte l’oro, e dopo la fine della seconda guerra mondiale, ispirando e anticipando il Piano Marshall. E in mezzo avrebbe infilato perle come il finanziamento dei primi film di Chaplin e di Disney o colossal come Via col vento, la prime vendite a rate di automobili, le prime assunzioni femminili in una filiale di banca, le prime forme di assistenza sanitaria e di istruzione per le famiglie dei dipendenti, la costruzione del Golden Gate, la nascita della Hewlett-Packard e altro ancora.
A 150 anni dalla nascita, il 6 maggio del 1870, mentre il mondo cerca di risollevarsi dalla catastrofe del Covid-19, la figura di Giannini rappresenta un balsamo sulle nostre ferite e un esempio capace di illuminarci. Ne è convinto Giorgio Chiarva, industriale del legno, che ha pubblicato il libro “Amadeo Peter Giannini. Il banchiere galantuomo” (Francesco Brioschi Editore). Lo abbiamo intervistato.

Qual è la caratteristica di Giannini che più l’ha colpita?

Per prima cosa il suo profondo legame con l’Italia. Sebbene sia nato in California, era nella pancia della madre quando i suoi lasciarono il paesino ligure di Favale di Malvaro, segnato come tutto l’entroterra da povertà e fame. Ed è rimasto italiano durante l’intera vita: dal desiderio di aiutare i connazionali immigrati all’apertura di filiali nel nostro Paese, dagli aiuti economici dati alle imprese come la Fiat al continuo ritorno nella sua terra d’origine, dove organizzava cene di piazza con centinaia di persone.

E la seconda?

La sua incredibile capacità di innovare, paragonabile per impatto a personaggi come Steve Jobs o Bill Gates, molto più noti di lui che in Italia è inspiegabilmente sconosciuto ai più. Giannini ha infatti compreso il business delle banche come nessun altro aveva mai fatto. Oggi ci sembra normale, ma prima di lui la banca erano cinque amici che compravano una cassaforte e tenevano in deposito l’oro e le monete dei pochi facoltosi. Con queste risorse, poi, finanziavano soltanto americani da due generazioni con richieste sopra i 2.000 dollari. È stato questo figlio di emigranti il primo a capire che gli istituti dovevano aprirsi a tutti i bisogni del territorio: quelli dei contadini, dei macellai, dei vignaioli. E che anche una richiesta di pochi dollari per riparare un attrezzo meritava dignità e ascolto. Il suo slogan era molto significativo: dobbiamo far tirare fuori i soldi dai materassi.

Facciamo un passo indietro. I segni del fuoriclasse si intuiscono sin dalla sua infanzia.

Sì, c’è un episodio che lo segna profondamente, quando aveva appena sette anni. Suo padre, che nel frattempo aveva rilevato un albergo e creato un’azienda agricola, viene ucciso da un bracciante che reclamava un dollaro di paga. È una scintilla che accende nel giovane Amadeo, Appi per gli amici, il valore sociale del denaro. Non si dimenticherà mai, dopo questa tragedia, a cosa può spingere la fame. Ecco allora che a 15 anni abbandona la scuola e si lancia nell’impresa rurale del patrigno, mostrando subito il suo talento precoce: capisce per esempio che la frutta è meglio raccoglierla acerba in modo da finire la maturazione durante trasporto e consegna. Non solo: inventa il mailing, ossia scrive e ricopia centinaia di lettere in cui propone servizi, oltre che merci. E poi paga spot sulla radio e annunci pubblicitari in diverse lingue rivolgendosi a quello che anche dopo sarebbe stato il suo target di riferimento: gli immigrati, quelli italiani e di tutto il mondo.

A 20 anni la vita gli offre la grande occasione. Sposa Clorinda, figlia di un emigrante italiano che aveva fatto fortuna fondando una sua banca, e alla morte del suocero subentra al timone dell’azienda. Ma dura poco.

Dura poco perché i soci non condividevano il suo concetto di banca etica e popolare, la sua ostinazione a sostenere economicamente i più poveri. È così che si arriva presto alla resa dei conti. Dopo l’ennesimo scontro, Giannini decide di dimettersi. Per fondare un istituto tutto suo, la Bank of Italy. Lo apre in un piccolo locale che di giorno è ufficio e di sera saloon, con un arredo volutamente sobrio per non intimidire la sua clientela di gente comune. E stavolta fa le cose come dice lui, rompendo la tradizione classista della finanza americana: crea la prima banca ad azionariato diffuso. Con una missione precisa: concedere finanziamenti, anche di entità modesta, a tutti quelli che ne hanno bisogno. Persino a chi è privo di garanzie, ma ha nello sguardo la voglia di fare. Come gli immigrati, appunto, di cui è orgogliosamente figlio.

Il banco di prova arriva proprio nel momento di massima disperazione: il devastante terremoto di San Francisco.

Sì, è lui che pochi giorni dopo il sisma estrae la cassaforte dalle macerie, la porta su un carretto in centro e comincia a offrire soldi per la ricostruzione. I suoi colleghi, che chiudono per sei mesi, lo prendono per pazzo. A gente che ha perduto tutto Giannini fa firmare un foglio di carta e non chiede nessuna garanzia: sono impegnati a ricostruirsi una vita, ragiona, non avranno voglia di imbrogliarci. Il risultato è un successo: oggi tutti attribuiscono a Giannini la rinascita di San Francisco, che cominciò proprio con la costruzione del quartiere italiano, 542 case tirate su in appena quattro mesi.

Altra sua grande dote è la capacità di finanziare iniziative che avrebbero fatto la storia. A cominciare da un’arte agli inizi come quella del cinema.

Già, nel 1920 si accorge delle qualità di un giovane e sconosciuto attore che propone un soggetto sul mondo dei miserabili. È Charlie Chaplin con il suo primo film, Il monello. Nessuno se l’era filato. Giannini invece, colpito dalla trama in cui rivede la vita dei suoi, decide di finanziarlo senza richiedere interessi: propone in cambio il 20 per cento degli incassi. Un azzardo che sarà ben ripagato. Poi altri due colpi da maestro. Finanzia Biancaneve e i sette nani, il primo lungometraggio di Walt Disney, il primo film d'animazione prodotto negli Stati Uniti d'America, il primo a essere girato completamente a colori. E più tardi pagherà un colossal epocale come Via col vento. Se Hollywood diventa la fabbrica dei sogni il merito va a gente come Giannini.

Come nasce la Bank of America?

È una lunga storia. Parte con un progetto di espansione: Giannini, dopo aver aperto decine di filiali in California con la sua Bank of Italy, decide di allargarsi sulla costa orientale. Ma quello è il regno dei grandi banchieri di New York, capeggiati da JP Morgan. Pronti a fargli la pelle. Con ogni mezzo. E dopo uno scontro durissimo, proprio mentre è bloccato in Italia a causa di una terribile nevrite, viene addirittura estromesso da tutti i giochi: gli portano via anche la sua amata Bank of Italy. È lì che si capisce la sua capacità di resilienza. Dolorante e poggiandosi a un bastone, compie un capolavoro: percorre migliaia di chilometri lungo tutti gli Stati Uniti, incontrando centinaia di piccoli azionisti e chiedendo loro di sostenerlo. Il suo carisma sbaraglia. E dopo mesi estenuanti, forte delle azioni rimastegli, richiede un’assemblea per le nuove nomine. Vincerà su tutta la linea. Gli azionisti abbandonano JP Morgan e rimettono Appi a capo di quella che ormai era diventata la Bank of America. Che con Giannini torna al vecchio stile: finanziare soprattutto le piccole imprese e i little fellow, gli uomini della strada, che lui aveva reso per la prima volta bancabili.

Ed è su questa scia che la Bank of America galoppa tra i desideri del ceto medio e degli operai. Fino a un altro colpo d’ala: l’idea di vendere le auto con decine di rate.

Sì, prima di lui la vendita a rate era gestita dalle stesse case automobilistiche che permettevano di pagare in 5 o 6 mensilità. Lui cambia tutto: si rivolge ai giornali e per la prima volta fa la pubblicità a una banca. Con una proposta: compri la macchina oggi e paghi con comodo in 25 rate. È un successo straordinario, che diventa subito popolare tra la piccola borghesia emergente che, altrimenti, mai si sarebbe potuta permettere un prodotto così costoso come un’autovettura. Tanto che subito dopo Giannini ripete l’operazione con gli altri beni di consumo.

Peraltro è attribuito a Giannini il salvataggio della Chrysler.

Certo, al punto che come ringraziamento la società decide di regalargli un’auto. Che però lui rifiuta sdegnato dicendo che a malapena avrebbe accettato una bottiglia di grappa. La restituisce chiedendo di dare il suo valore in beneficienza. Questo per dire un altro dei suoi pregi: l’assoluta onestà e il disinteresse ad arricchirsi. Tanto per avere un’idea: alla sua morte JP Morgan aveva un patrimonio personale di oltre 40 milioni di dollari. Giannini di appena 450 mila, circa un centesimo. Pensate: col suo funerale, a cui presero parte migliaia di persone commosse, lasciò la più grande banca del mondo, forte di 517 filali e 6 miliardi di dollari in pancia, ma il grosso della sua ricchezza privata l’aveva usata per aprire la Giannini Family Foundation, che ancora oggi promuove la ricerca medica.

Si dimostrò molto attento anche verso le persone che lavoravano per lui.

Fu il primo a fornire cure mediche ai dipendenti e a permettere ai loro figli di studiare, sostenendone le spese. Ma fu anche il primo ad assumere donne in banca. Addirittura, dopo aver sostenuto la battaglia delle suffragette per il diritto al voto, aprì una filiale solo con personale femminile. Davvero avanti nei tempi.

Oltre alla reazione dopo il terremoto di San Francisco, Giannini ha dimostrato in molte occasioni come dalle peggiori tragedie della storia ci si possa rialzare dando fiducia soprattutto ai meno fortunati.

È una costante della sua biografia: una miscela di intuito e visione. Anzitutto prevede l’arrivo della grande crisi del 1929, dopo un viaggio all’interno degli Stati Uniti in cui si accorge che le banche stavano finanziando cose che non si sarebbero mai fatte né vendute. Al rientro decide di chiudere i conti agli speculatori e di comprare quanto più oro possibile in cambio di carta. Quando Wall Street crolla, la sua banca è l’unica che ha ancora capacità finanziaria per operare. Ed è grazie a quella disponibilità che l’economia si rimette in moto: è lui uno dei padri del New Deal. Sarà grazie a Giannini, per esempio, che nel 1932 comincia la costruzione del ponte simbolo di San Francisco, il Golden Gate. Aveva chiesto al progettista quanto sarebbe durato. Per sempre, fu la risposta che lo convinse a lanciarsi nell’impresa.

E poi c’è il dopoguerra con un’Europa in ginocchio.

Tutti sappiamo che il vecchio continente si è risollevato grazie ai fondi del Piano Marshall. Ma pochi sanno che fu proprio Giannini a chiedere al presidente Roosevelt di aiutare l’Italia e i paesi europei, se si voleva evitare una rivoluzione e una nuova guerra. La Casa Bianca prendeva tempo. Ma Giannini era impaziente: le notizie di milioni di italiani alla fame non lo facevano dormire. Non c’è tempo, deve aver pensato. E così decide di anticipare il lavoro di tasca propria: prende 150 milioni dalle casse della Bank of America, li carica su un aereo diretto in Italia e li distribuisce alle nostre aziende, a partire dalla Fiat a cui offre 4 milioni di dollari. Solo dopo un mese arriveranno gli aiuti del governo americano.

Anche Giannini si è misurato con l’epidemia, prima la cosiddetta cinese scoppiata nel 1900 nella Chinatown di San Francisco, e poi la spagnola che nella baia causò tremila morti e un movimento di protesta contro l’obbligo di mascherine. Corsi e ricorsi storici, viene da dire. Cosa può insegnarci la sua storia in un momento come quello che stiamo passando?

Possiamo guardare alle qualità di Giannini e provare a farle nostre. Era un uomo con un forte senso di giustizia sociale, pronto a offrire una possibilità ai più deboli. Era caparbio, capace di combattere con energia anche quando nessuno credeva in lui e tutti gli si mettevano contro. Sapeva resistere, cogliendo le opportunità con forza d’animo e apertura mentale. Sapeva sempre guardare al futuro dando fiducia a chi aveva voglia di fare, tanto che grazie a lui sono nate Hollywood e un’azienda come la Hp Computer. E usava tanto la sua fantasia, cambiando continuamente le regole del gioco. Pochi sanno che prima di lui le imbarcazioni da trasporto Liberty venivano costruite interamente nei cantieri navali. Fu Giannini a delegare la creazione delle singole parti, dalle eliche alle paratie, a tante diverse aziende specializzate. Gli armatori si sarebbero limitati ad assemblarle sullo scalo. Con questo sistema riuscì a varare una nave ogni otto ore. Ecco, mi auguro che in questa uscita dall’epidemia il mondo sappia trovare il suo Appi Giannini. Ne abbiamo davvero bisogno.
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