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28 Maggio 2022 / 07:14
Bria: «Per l’innovazione servono fondi, ma anche cultura»

 
Imprese

Bria: «Per l’innovazione servono fondi, ma anche cultura»

di Mattia Schieppati - 2 Febbraio 2021
Investire in giovani imprese tecnologiche per ridisegnare una strategia di crescita del Paese dopo lo stallo della pandemia. Al via i primi round di investimenti 2021 del Fondo Innovazione Italiano, punto di riferimento del Venture capital nazionale che vede al timone una donna, Francesca Bria, decisa a fare dell’Italia un attore importante della “Silicon Europe”
L’annuncio di un nuovo round di finanziamenti per 6,4 milioni di euro da parte di CDP Venture Capital Sgr a una manciata di startup incubate dal business incubator Digital Magics, apre le danze di quello che – dopo la fase di costituzione e la prima wave di investimenti dello scorso settembre – rappresenta il primo “anno solare” di attività del Fondo Nazionale Innovazione, la struttura ideata nel 2019 dal Ministero dello Sviluppo economico con Cassa Depositi e Prestiti per dare forma in Italia a uno strumento fondamentale per lo sviluppo strategico dell’ecosistema delle imprese innovative: un fondo di venture capital pubblico in grado di sopperire alla timidezza (se non alla vera e propria assenza) con cui il fronte privato ha fino a oggi risposto alla necessità di investire sul futuro attraverso il capitale di rischio.
CDP Venture SGR ha in dotazione 1 miliardo di Euro, di cui quasi 800 milioni già sottoscritti, 100 milioni di euro di investimenti già deliberati e 250 operazioni in pipeline: una macchina importante e strutturata, che rappresenta il primo investitore nel Venture Capital a livello nazionale e che vede al timone, nel ruolo di presidente, Francesca Bria, una delle figure di riferimento dell’innovazione non solo italiana (è stata CTO della città di Barcellona, Senior Project Lead per l’Innovation Lab di Nesta ed è Senior Advisor per le Nazioni Unite in materia di Città e Diritti Digitali).

Il Covid come occasione

Se a far notizia, al momento del lancio, è stato quel miliardo di dotazione, cifra che rimbomba e attira l’attenzione in un Paese appunto non abituato a capitali di investimento sull’innovazione che nel resto del mondo sono dati per scontati (negli Usa, nel 2020, le startup hanno attratto 116 miliardi di dollari di investimenti, 33,5 miliardi quelle cinesi, 13,2 miliardi quelle della “vicina” Gran Bretagna, tanto per fare un paragone), è ora interessante capire secondo quali percorsi strategici il Fondo opererà per svolgere la sua missione, e portare a terra quella rivoluzione ormai, più che attesa, estremamente necessaria. Una missione che parte in salita, visto il drammatico momento che l’economia italiana, e non solo, sta attraversando a causa della pandemia.L’emergenza Covid, «rappresenta uno shock economico senza precedenti che ci ha costretti ad adattarci al volo e a pensare e agire in modo rapido e nuovo», ha osservato Francesca Bria in occasione della presentazione del Piano industriale 2020-2022 del Fondo che ha un titolo realistico e concretamente ingaggiante: “Dall’Italia per innovare l’Italia”. Ma la particolare e drammatica situazione di spaesamento imposta dalla pandemia può rappresentare anche uno shock positivo, l’occasione per mettere da parte i consueti (e spesso pigri) schemi di pensiero e provare a immaginare qualcosa di nuovo e diverso: «Oggi è ancora più necessario riconfigurare le nostre economie e società», conferma la Presidente, «investire nell’innovazione è cruciale per la competitività del paese in questa nuova rivoluzione industriale e digitale, partendo proprio dalle startups e dalle imprese innovative. Anche se l’ecosistema innovativo è stato duramente colpito dalla crisi, tra e-commerce, smart working e didattica a distanza, abbiamo visto un’accelerazione senza precedenti dei processi di digitalizzazione, e riteniamo che questo possa essere uno dei punti chiave per la ripresa del paese e per il rilancio dell’economia italiana».

Un percorso in salita

Mentre insomma la realtà, anche Italiana, mostra di avere una gran fame di innovazione digitale, bisogna assolutamente accelerare sul fronte delle risposte, in termini di prodotti, servizi, soluzioni, che l’industria dell’innovazione tecnologica – startup in primis – è in grado di mettere sul piatto. «Il Fondo Innovazione evidenzia in maniera chiara la centralità dell’innovazione tecnologica e del supporto a tutta la filiera delle imprese innovative per garantire al Paese la possibilità di crescere in maniera sostenibile, inclusiva e intelligente nel lungo periodo, generare nuova ricchezza e nuove opportunità di lavoro qualificato in tutto il territorio nazionale». Una spinta fondamentale in un Paese nel quale, al di là della retorica sulle stratup, da sempre l’anello debole della catena è proprio il tema del capitale di rischio (venture capital) disposto a investire sullo sviluppo di imprese innovative. «Il sistema di Venture Capital italiano è ancora troppo piccolo e meno attraente per gli investitori, soprattutto internazionali», conferma Bria, «Siamo solo al decimo posto in Europa per capitale investito in Venture Capital, un settimo degli investimenti rispetto alla Francia. Il Fondo Innovazione va visto come una leva strategica per trasformare l’Italia del futuro e per rigenerare il tessuto produttivo, facendo emergere e rafforzando quello che c’è di innovativo nelle nostre imprese, università, nei centri di ricerca, il talento dei giovani imprenditori e ricercatori».

Su chi investe il Fondo

Il Fondo Nazionale Innovazione nasce dalla cessione del 70% di Invitalia ventures spa a Cassa Depositi e Prestiti, attraverso la sua holding CDP Equity. È un soggetto multifondo che effettua investimenti in minoranze qualificate nel capitale di imprese innovative con Fondi generalisti, verticali o Fondi di Fondi, a supporto di startup, scaleup e PMI innovative. Il Fondo può co-investire con risorse fino a un massimo di 4 volte il valore dell’investimento degli investitori privati nel limite complessivo di 1 milione per singola Startup o PMI innovativa. Sono 4 i fondi già attivi all’interno del Fondo Innovazione che beneficiano di investimenti diretti e indiretti: Fondo Italia Venture I (attivo già dal 2015, supporta startup e PMI innovative che operano nei campi del digitale, biotech, medicale e high tech); Fondo Italia Venture II – Fondo Imprese Sud (ha l’obiettivo di supportare un rapido sviluppo di startup e PMI innovative nel Mezzogiorno); Fondo di Fondi VenturItaly (investe in fondi di Venture Capital per generare nuovi operatori di mercato e creare nuovi team all’interno di gestori già esistenti); Fondo Acceleratori (un fondo operativo recente, che ha l’obiettivo di supportare la nascita e lo sviluppo di programmi di accelerazione verticali in determinati ambiti considerati strategici, tramite investimenti diretti o indiretti a favore di acceleratori e startup innovative altamente tecnologiche).

Verso una SIlicon EU?

È sufficiente questo “pacchetto di mischia” per far decollare l’innovazione made in Italy? Lo scenario con il quale il mercato dell’innovazione si confronta non può che essere globale, ed è per questo interessante leggere con uno sguardo allargato le dinamiche attraverso le quali gli ecosistemi di imprese innovative su muovono. E se Stati Uniti e Cina sono ancora lontani anni luce, secondo Bria «a livello Europeo le cose sono in forte evoluzione. L’Europa ha l’ambizione di riprendere una leadership globale nel digitale e nell’innovazione e di recuperare la sua sovranità tecnologica. Il divario con la Silicon Valley e le altre regioni più innovative è stato ridotto, misurato anche dai molteplici Hub di innovazione nelle principali capitali europee, dal numero di nuove startup (che hanno raccolto quasi 40 miliardi di euro) da numero degli Unicorni (oltre 170) e dalle exit sostenute dal venture capital per un totale di 223 miliardi di euro nel 2019. Le start-up sono anche diventate un importante motore di crescita dell’occupazione in Europa con 2 milioni di posti di lavoro creati».

Oltre agli Euro, la mentalità

Ma se i soldi contano, la differenza tra fare innovazione e essere un Paese innovativo passa da un cambio di mentalità ancora tutto da costruire, almeno sul fronte del digitale. «Ci tengo anche a sottolineare che abbiamo anche una missione culturale», conferma infatti Bria, «mirata a rafforzare la diffusione di una cultura radicata dell’innovazione e della nuova imprenditorialità in Italia. Abbiamo di fronte sfide strategiche da affrontare nel futuro come quelle della transizione verde e digitale e dobbiamo suscitare adesione di tutta la società verso questi obiettivi. Per fare questo è importante coordinare le risorse, competenze e iniziative in campo. Faremo quindi sinergia, con piani e progetti mirati a rafforzare ricerca e sviluppo, il tech transfer, le competenze digitali richieste in futuro, per generare l’innovazione di cui l’Italia ha bisogno, investendo in capitale umano, scienza e tecnologia».
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