Sempre con lo smartphone in mano, chiusi nelle cuffie e progressivamente più lontani dai luoghi della cultura. È un’immagine diffusa delle generazioni più giovani, ma i dati raccontano qualcosa di diverso. La partecipazione culturale degli under 30 è in ripresa e le esperienze vissute insieme continuano ad avere una forte capacità di attrazione.
Lo spiega Guido Guerzoni, Professore di Heritage, Museums, and Digital Cultures dell’Università “Luigi Bocconi”, nella videointervista rilasciata a Bancaforte a margine della presentazione dell’indagine ABI “Level Up! è cultura in gioco con Gen Z e Alfa”, presentata il 22 ottobre al Museo di Roma – Palazzo Braschi durante la settimana di è cultura! 2026, il Festival promosso da ABI e ACRI e organizzato da ABIServizi.
Per il secondo anno la ricerca analizza gusti, comportamenti e pratiche culturali delle generazioni Z e Alfa, dalla frequentazione di cinema, musei e concerti alla lettura, dai podcast alle modalità con cui i più giovani si informano.
Il primo risultato, per Guerzoni, è una smentita dello stereotipo. «A dispetto della vulgata che vuole gli under 30 sempre più lontani dai consumi culturali», i luoghi della cultura mostrano un andamento di ripresa e il trend, osserva, è crescente dal 2022.
Restano decisive anche le istituzioni scolastiche, capaci di stimolare la partecipazione e avvicinare i giovani a esperienze che altrimenti potrebbero rimanere fuori dal loro orizzonte quotidiano.
Tra le preferenze continuano a prevalere cinema, musica dal vivo e concerti. Non è casuale, secondo Guerzoni: sono esperienze che richiedono una presenza fisica e una «sociabilità condivisa e collettiva». Il consumo culturale diventa così anche un rito sociale, un momento da vivere con altri.
Cambiano invece più rapidamente le forme di fruizione individuale. La televisione generalista perde centralità come apparecchio tradizionale, ma alcuni suoi contenuti continuano a circolare anche tra i giovani e possono persino diventare occasioni di consumo intergenerazionale. Parallelamente, piattaforme di streaming e servizi in abbonamento sembrano avvicinarsi a una fase di maturità dopo anni di forte espansione.
Anche la lettura restituisce un quadro meno semplice di quanto suggeriscano le rappresentazioni correnti. Fino ai 13 anni, osserva Guerzoni, si legge molto. Ma si legge sempre più su supporti diversi: carta, Kindle, smartphone e altri device convivono senza che per le generazioni più giovani il formato fisico rappresenti necessariamente un requisito.
Qui emerge già una frattura interna. Chi ha oggi intorno ai 25 anni può conservare un rapporto più affettivo con il libro cartaceo; i più giovani, cresciuti in un ambiente pienamente digitale, si muovono invece con maggiore naturalezza tra supporti differenti.
Interessante anche la convergenza tra generi preferiti nei libri, nei podcast e nei videopodcast. L’interesse per l’attualità rimane forte, ma cambia profondamente il modo di accedervi: la rete e le piattaforme hanno assunto un peso crescente nell’informazione dei più giovani.
Ed è proprio qui che Guerzoni individua uno dei nodi più delicati. In un ambiente caratterizzato da sovrabbondanza informativa, diventa decisiva la capacità di distinguere le fonti affidabili da quelle meno autorevoli. La partecipazione culturale assume allora anche un’altra funzione: contribuire allo sviluppo di pensiero critico, indispensabile per costruire in età adulta opinioni non eterodirette.
Ma forse il risultato più interessante riguarda la stessa definizione di “giovani”. Gen Z e Alfa non sono blocchi omogenei.
«A volte due o tre anni fanno un’enorme differenza», osserva Guerzoni. Un quindicenne può percepire un dodicenne come appartenente a un altro universo e considerare già molto distante un diciottenne. Le piattaforme utilizzate durante la crescita, i contenuti seguiti e i riferimenti culturali contribuiscono sempre più a determinare appartenenza ed estraneità.
Ne deriva una vera microframmentazione dei consumi culturali. Gusti, idoli, linguaggi e riferimenti possono cambiare nell’arco di pochi anni e, nello stesso tempo, diventare sempre più globali: due coetanei che vivono a Firenze e a Seul possono condividere più contenuti di due ragazzi italiani separati da quattro anni di età.
«Non esiste un target dei giovani», sintetizza Guerzoni. Esiste piuttosto una galassia di microgenerazioni, molto mobili nei gusti e nei comportamenti.
Per istituzioni culturali, scuole e soggetti che vogliono dialogare con queste fasce di popolazione, la conseguenza è chiara: ascoltare prima di progettare. Considerare i giovani come un pubblico unitario rischia infatti di produrre letture e proposte che non corrispondono più al modo in cui queste generazioni costruiscono identità, relazioni e consumi culturali.





