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26 Ottobre 2026 / 11:06
 
Resilienza, il rischio corre lungo le dipendenze: energia, data center e supply chain entrano nel perimetro bancario

 
Sicurezza

Resilienza, il rischio corre lungo le dipendenze: energia, data center e supply chain entrano nel perimetro bancario

- 26 Ottobre 2026
Una disruption può nascere lontano dalla banca e arrivare fino ai servizi finanziari. Connettività, infrastrutture energetiche, cloud, fornitori e catene di approvvigionamento diventano così parte dello stesso presidio. Golino (Deloitte): conoscere le interdipendenze critiche è il primo passo
Per una banca, oggi, un problema di continuità operativa può cominciare molto lontano dai propri sistemi. Da un'interruzione dell'energia, da un data center, da un collegamento di rete, da un fornitore tecnologico. Persino dalla difficoltà di reperire una materia prima necessaria alla produzione di componenti essenziali.
È questa rete di dipendenze a cambiare il significato della resilienza infrastrutturale. Proteggere gli asset direttamente controllati resta indispensabile, ma non basta più quando servizi e processi dipendono da infrastrutture esterne, spesso distribuite su più Paesi e inserite in catene del valore globali.
Per il settore bancario il tema è particolarmente sensibile. La continuità nella circolazione del valore presuppone infatti che continuino a funzionare, insieme, energia, telecomunicazioni, infrastrutture digitali e servizi forniti da terze parti. Un'interruzione circoscritta può propagarsi rapidamente e assumere una dimensione operativa, economica e finanziaria molto più ampia.
«Le infrastrutture energetiche erano e sono diventate ancora più critiche nel contesto energetico e geopolitico attuale», osserva Claudio Golino, Energy, Resources & Industrials Industry Leader di Deloitte.
Lo scenario, sottolinea, non può più essere letto soltanto attraverso la transizione energetica e la decarbonizzazione. Il riferimento è oggi all'Energy Trilemma - Security, Affordability e Sustainability - nel quale sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità economica e obiettivi ambientali devono essere affrontati contemporaneamente.
«Conoscere le interdipendenze critiche diventa il primo presupposto», spiega Golino. «Non è più sufficiente identificare gli asset strategici, ma occorre comprendere le funzioni che abilitano, le risorse da cui dipendono e gli effetti che la loro indisponibilità può generare sull'intero ecosistema».

Il rischio che arriva dalla supply chain

È proprio sulle dipendenze esterne che il quadro diventa più complesso. Le catene globali permettono all'economia europea di accedere a tecnologie, componenti, servizi e materie prime indispensabili. La stessa apertura crea però punti di concentrazione che, in presenza di tensioni geopolitiche, restrizioni commerciali o problemi logistici, possono trasformarsi rapidamente in vulnerabilità.
I numeri sulle materie prime critiche rendono evidente la dimensione del problema. Il 63% del cobalto mondiale, utilizzato tra l'altro nelle batterie, viene estratto nella Repubblica Democratica del Congo. La Cina assicura il 97% delle forniture europee di magnesio, mentre il 98% del borato importato nell'Unione europea proviene dalla Turchia.
Non si tratta di dipendenze lontane dal mondo digitale. Disponibilità di energia, batterie, semiconduttori, apparati di rete e infrastrutture per data center dipendono a loro volta da filiere industriali e da materiali la cui produzione può essere fortemente concentrata.
È anche per ridurre questa esposizione che il Critical Raw Materials Act europeo ha fissato obiettivi al 2030. Per ciascuna materia prima strategica, nessun singolo Paese terzo dovrebbe fornire più del 65% del consumo annuo dell'Unione. La capacità europea dovrebbe inoltre arrivare ad almeno il 10% del fabbisogno per l'estrazione, al 40% per la trasformazione e al 25% per il riciclo.
La vulnerabilità non riguarda soltanto le materie prime. Secondo uno studio della Banca centrale europea richiamato nell'analisi, il 55% delle imprese intervistate acquista una quota rilevante dei propri input critici da uno specifico Paese o gruppo di Paesi. Nel 52% dei casi complessivi questa dipendenza viene considerata esposta a un rischio elevato.
Per banche e operatori finanziari la conseguenza è concreta: valutare la resilienza di un servizio significa conoscere anche ciò che permette a quel servizio di funzionare.
Un data center può disporre dei migliori sistemi di protezione informatica e fisica, ma resta dipendente dall'alimentazione elettrica, dalla connettività, dalla disponibilità di hardware e ricambi e dai soggetti che ne assicurano manutenzione e funzionamento. Lo stesso vale per molti servizi tecnologici affidati all'esterno. Il punto debole può trovarsi diversi passaggi più indietro nella catena.
Cambiano, di conseguenza, anche i criteri con cui leggere il rischio. La concentrazione geografica di un fornitore, la dipendenza da tecnologie prodotte fuori dall'Unione europea o l'assenza di alternative rapidamente attivabili diventano informazioni da collegare alla continuità dei processi che quelle risorse sostengono.
AI, analytics e sensoristica possono aiutare a individuare anomalie, analizzare dipendenze e costruire scenari di impatto con maggiore anticipo. Il loro contributo, però, dipende dalla qualità dei dati e soprattutto dalla capacità di inserire queste informazioni nei processi decisionali, nella business continuity e nella governance delle terze parti.
La sicurezza infrastrutturale finisce così per allargare il proprio raggio d'azione. Cybersecurity, protezione fisica, continuità operativa e supply chain non possono essere lette come discipline separate quando la stessa interruzione può attraversarle tutte.
Per il settore bancario la domanda diventa allora meno legata a quale asset proteggere e più a quale servizio deve continuare a funzionare, da quali risorse dipende e cosa accade se una di quelle risorse viene meno. È in questa mappa delle interdipendenze che si gioca una parte crescente della resilienza.
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