Cerved: torna a salire il rischio di credito delle imprese italiane
di Flavio Padovan
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23 Giugno 2026
Il Credit Outlook 2026 segnala l'inversione di tendenza dopo due anni di miglioramento. La probabilità media di default potrebbe salire dal 4,7% al 5% entro il 2027, con impatti più marcati nei settori energivori e nelle PMI. Crediti deteriorati ai minimi da dieci anni, ma crescono le vulnerabilità di imprese e famiglie
Dopo due anni di graduale miglioramento, il rischio di credito delle imprese italiane torna a mostrare segnali di peggioramento. È quanto emerge dal Credit Outlook 2026: Mid-Year Review di Cerved Rating Agency, che fotografa un contesto economico caratterizzato da nuove tensioni geopolitiche, volatilità energetica, incertezze commerciali e condizioni finanziarie ancora restrittive.
Nello scenario base elaborato dagli analisti, che ipotizza una progressiva normalizzazione delle tensioni nell'area del Golfo Persico durante l'estate, la probabilità media di default delle imprese italiane dovrebbe passare dal 4,7% registrato a maggio 2026 al 5% nel 2027. In uno scenario più severo, caratterizzato da una crisi energetica più prolungata e da pressioni inflazionistiche persistenti, il tasso potrebbe salire fino al 5,7%.
Il peggioramento atteso non configura una crisi sistemica, ma segnala l'avvio di una fase in cui diventa sempre più importante distinguere tra imprese e settori più resilienti e realtà maggiormente esposte agli shock esterni.
Si interrompe la fase di miglioramento
Negli ultimi anni il tessuto produttivo italiano aveva mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese. Dopo il deterioramento registrato nel biennio 2022-2023, il rischio di credito aveva infatti intrapreso un percorso di graduale miglioramento, sostenuto dal rafforzamento dei bilanci aziendali e dalla progressiva normalizzazione del quadro macroeconomico.
Secondo Cerved, nei primi mesi del 2026 questo processo ha però iniziato a rallentare. Le tensioni internazionali, l'aumento dei costi energetici e l'impatto delle nuove misure protezionistiche introdotte dagli Stati Uniti hanno modificato lo scenario, riportando sotto osservazione la qualità del credito.
I settori più esposti
L'impatto non sarà uniforme. I comparti caratterizzati da un'elevata intensità energetica o maggiormente dipendenti dagli scambi internazionali sono quelli che potrebbero risentire maggiormente del nuovo contesto.
La probabilità di default nel settore chimico è attesa in crescita dal 2,5% al 3,3%, mentre carta e stampa passerebbero dal 3,5% al 4%. Anche il comparto dei trasporti mostra un peggioramento significativo, con una probabilità di default che salirebbe dal 5,3% al 5,9%.
Segnali più positivi arrivano invece da alcuni settori caratterizzati da una domanda più stabile o da una maggiore capacità di trasferire gli aumenti dei costi ai clienti finali. È il caso del farmaceutico, per cui Cerved prevede una riduzione della probabilità di default dal 4,3% al 3,7%, e dell'ICT, che potrebbe passare dal 3,9% al 3,4%, sostenuto dagli investimenti in digitalizzazione e innovazione tecnologica.
Le PMI restano più vulnerabili
Come spesso accade nelle fasi di rallentamento economico, sono le imprese di dimensioni minori a mostrare una maggiore esposizione ai rischi. Le PMI vedrebbero infatti aumentare la probabilità di default dal 5,5% al 5,9%, mentre per le grandi imprese il rischio rimarrebbe più contenuto, passando dal 3,6% al 3,9%. La differenza riflette una minore capacità delle aziende più piccole di assorbire shock improvvisi sui costi e di accedere a fonti di finanziamento alternative.
Dal punto di vista territoriale, il deterioramento del rischio appare più marcato nelle aree a maggiore vocazione industriale. Nel Nord Ovest la probabilità di default passerebbe dal 4,4% al 4,8%, mentre nel Nord Est salirebbe dal 4,1% al 4,4%. Al Sud e nelle Isole il rischio crescerebbe dal 5,9% al 6,2%, mentre il Centro registrerebbe una variazione più contenuta, dal 5,2% al 5,4%. Secondo gli analisti di Cerved, la maggiore concentrazione di imprese manifatturiere nelle regioni settentrionali spiega la più elevata sensibilità agli aumenti dei costi energetici.
Il peso della variabile energetica
Uno degli aspetti più interessanti del report riguarda il legame tra andamento dei prezzi energetici e qualità del credito. L'analisi storica condotta da Cerved mostra come i forti rialzi del prezzo del petrolio abbiano effetti immediati sul merito creditizio delle imprese. Quando il prezzo del Brent rimane stabile, circa il 58% delle revisioni di rating si traduce in miglioramenti. Quando invece il prezzo cresce di oltre il 30% su base annua, la quota di upgrade si riduce al 28%.
Un dato che conferma quanto il costo dell'energia continui a rappresentare uno dei principali fattori di rischio per il sistema produttivo europeo.
Crediti deteriorati ai minimi da dieci anni
Sul fronte bancario, il quadro rimane complessivamente positivo. L'analisi realizzata da Prelios evidenzia come lo stock di crediti deteriorati sia sceso dai circa 340 miliardi di euro del 2015 a 48 miliardi nel 2025. Nello stesso periodo l'NPE ratio si è ridotto dal 16,8% al 2,7%, raggiungendo il livello più basso dell'ultimo decennio. Un risultato ottenuto grazie alle operazioni di de-risking, alle cessioni di portafogli deteriorati e al miglioramento complessivo della gestione del credito. Oggi l'attenzione degli operatori si concentra sempre più sull'individuazione precoce dei segnali di vulnerabilità piuttosto che sulla gestione delle posizioni già deteriorate.
Le fragilità delle famiglie
Il report dedica spazio anche alla situazione delle famiglie italiane. Secondo il "Termometro Famiglie" elaborato da MBS Consulting su un campione di oltre 1.300 nuclei familiari, circa l'80% delle famiglie presenta elementi di fragilità strutturale, caratterizzati da margini economici ridotti, riserve finanziarie limitate e aspettative poco favorevoli sul futuro.
Particolarmente significativo il dato relativo alla capacità di resistenza a uno shock reddituale: il 40,3% delle famiglie dichiara di poter sostenere le proprie spese per meno di cinque mesi in caso di improvvisa riduzione del reddito. Una situazione che potrebbe riflettersi sia sulla qualità del credito retail sia sulla dinamica dei consumi nei prossimi anni.
Un sistema più forte, ma non immune
Il Credit Outlook 2026 descrive un sistema finanziario che si presenta oggi in condizioni decisamente migliori rispetto al passato. La qualità dell'attivo bancario è migliorata sensibilmente e i livelli di crediti deteriorati hanno raggiunto i minimi dell'ultimo decennio. Allo stesso tempo, il ritorno a una crescita della probabilità di default segnala che il contesto resta complesso e che la gestione del rischio continuerà a essere uno dei temi centrali per banche, imprese e investitori.
Più che una nuova crisi del credito, il report di Cerved fotografa una fase in cui capacità di analisi, monitoraggio delle vulnerabilità e selettività nelle scelte finanziarie torneranno a rappresentare fattori decisivi per affrontare uno scenario economico sempre più articolato.