Ascoltare gli altri richiede prima di tutto la capacità di fermarsi e prestare attenzione a ciò che accade dentro di noi: pensieri, corpo, emozioni, relazioni. È da questa dimensione dell’ascolto che Maria Laura Sadolfo, psicologa e neuropsicologa del benessere e responsabile della sede del Lazio della Federazione Italiana Mindfulness, è partita nell’incontro organizzato dall’ABI a Palazzo Altieri per la Giornata Mondiale dell’Ascolto, all’interno del programma della settimana del Festival è cultura! 2026.
«Sempre di più non siamo portati ad ascoltarci», osserva Sadolfo nella videointervista rilasciata a Bancaforte. Recuperare questo spazio interiore significa imparare a riconoscere ciò che pensiamo, ciò che sentiamo fisicamente e il modo in cui viviamo le nostre relazioni.
Solo da qui, spiega, può nascere un ascolto esterno realmente consapevole. «Saperci ascoltare per poi ascoltare all’esterno» diventa quindi il punto di partenza per costruire relazioni più aperte e attente.
È un approccio che Sadolfo porta avanti attraverso la mindfulness e la neuropsicologia del benessere, lavorando nelle scuole e nel mondo della sanità. Prevenzione, informazione e formazione concorrono a costruire quel benessere mente-corpo che, sottolinea, dipende anche dal modo in cui affrontiamo la quotidianità.
Una parte importante del suo lavoro riguarda proprio i giovani. All’incontro erano presenti studenti della rete Scuole Mindfulness, progetto che inserisce il benessere mente-corpo all’interno del percorso educativo.
Per i ragazzi, osserva Sadolfo, una delle difficoltà maggiori è proprio trovare il tempo e lo spazio per ascoltarsi. «Il silenzio fa paura ai giovani», afferma, perché può significare entrare in contatto anche con le proprie fragilità.
Il suo invito è a non evitarle. Imparare a riconoscere ciò che si prova, i propri desideri, obiettivi e direzioni di vita è, nella sua lettura, una premessa per costruire un’identità più solida e relazioni meno condizionate dal bisogno di conformarsi.
«La prima forma di inclusione è inclusione verso noi stessi», sottolinea. Significa accettare la propria individualità prima ancora di cercare l’appartenenza al gruppo.
Da qui anche il richiamo a non confondere integrazione e compiacimento. Mode e tendenze cambiano, mentre ciò che resta è la costruzione della propria identità. Per Sadolfo, la consapevolezza passa anche dalla capacità di riconoscere e accettare le parti più fragili di sé.
Ma l’ascolto dei giovani riguarda anche gli adulti. E qui il messaggio diventa molto concreto: ascoltare non significa intervenire subito con una risposta, un consiglio o un insegnamento.
«Metterci in silenzio davanti a loro e prima di tutto guardarli» è, secondo Sadolfo, il primo passo. Lo sguardo diventa già una forma di ascolto, seguito dall’accoglienza e poi dal confronto.
Un confronto che funziona quando il giovane non lo percepisce come «l’ennesima didattica», ma come uno spazio nel quale può esprimersi e ricevere dall’adulto qualcosa che aiuti a crescere, senza sentirsi giudicato o interrogato.
Per Sadolfo, dunque, la cultura dell’ascolto passa da un cambio di postura: meno risposte immediate, più attenzione a ciò che l’altro sta realmente cercando di comunicare. E, prima ancora, dalla capacità di ciascuno di riconoscere ciò che accade dentro di sé.





