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27 Novembre 2021 / 09:09
 
Un approccio open per ripensare la business architecture

 
Fintech

Un approccio open per ripensare la business architecture

di Mattia Schieppati - 9 Maggio 2021
Per rendere più fluidi e funzionali i processi di integrazione e sviluppo è necessario ripensare la journey di innovazione. Attraverso soluzioni modulari basati su un terreno comune e aperto. La visione di Red Hat nell’intervento di Alessandro Petroni all’ultimo Forum ABILab
Essere open non solo per intercettare una tendenza, o per obblighi di compliance normativa. Ma perché è l’unica formula per rispondere a esigenze sempre crescenti, e sempre più veloci, di innovazione e di crescita. L’evidenza di questa necessità strategica per le banche e le aziende finanziarie è stata messa in luce dall’intervento di Alessandro Petroni, Director Financial Services Strategy di Red Hat, in occasione dell’ultimo Forum ABILab, che ha visto la partecipazione di Petroni nella sessione dal titolo Cloud Transformation, il percorso verso il cloud.
«Quello dell’innovazione delle architetture tecnologiche bancarie è un tema che richiede un approccio allargato: non possiamo parlare solo di tecnologia, ma dobbiamo ragionare su un concetto di “business architecture”, costruendo journey di innovazione che riassumono diversi aspetti, che riguardano il business, l’IT, il cloud, la collaborazione tra banca e fintech…», spiega Petroni.
Un campo rispetto al quale Red Hat, leader mondiale nelle soluzioni open source per le aziende, si muove con una competenza e con case-history globali che stanno contribuendo all’evoluzione accelerata del settore, ma soprattutto promuovono una “abitudine alla collaborazione” che è il vero e importante tema alla base della filosofia open source.
«Oggi sono sempre più numerose le opportunità di rivedere la banca da un punto di vista funzionale e tecnologico, separando le responsabilità funzionali in moduli standardizzati che consentano un livello avanzato di usabilità e di interscambiabilità. Quando parliamo di moduli, intendiamo moduli funzionali e tecnici, linguaggi comuni per consentire il dialogo a livello di business e di tecnologia, che riguarda vari aspetti: dalla gestione del rischio alla gestione del front office di un canale, allo sviluppo di un prodotto, al sales. La comunicazione tra questi moduli avviene a livello di API, e la modularità consente di innescare nella soluzione elementi che evolvono nel tempo e non possono essere definiti a priori, come per esempio il dialogo tra cliente e azienda».
Come spiega Petroni, nel “sottostante” di una banca ci sono oggi decine di migliaia di architetture diverse, interconnesse secondo una struttura “a spaghetti”: questo produce una grande difficoltà o a volte l’impossibilità di estrarre e utilizzare dati in maniera fluida.
«Per avere un approccio modulare è innanzitutto  importante che ci siano degli standard. Nel campo finanziario ne abbiamo usati molti diversi, AMQP per il messaging, FIX per i brokers dealers, ISO 20022 per i pagamenti, FDC3 per l’interoperabilità di desk, o il framework modulare BIAN, acronimo che cta per Banking Industry Architecture Model. Se guardiamo all’interno di una banca tutte le varie applicazioni costruite nel tempo, ci sono dei “concetti base” che ricorrono in diverse applicazioni: lista di prodotti, attività di deployment – erogazione del servizio e onboarding –, gestione dei dati di base (anagrafica). L’open source è un substrato sul quale possono poggiare tutti questi elementi».
Secondo questo concetto, i vari suppliers delle banche (che siano tecnologie o pacchetti business) possono collaborare e incastrarsi tra loro per costruire soluzioni più complesse come la journey del cliente. «Se riusciamo a modularizzare le varie funzioni di business per poi ricostruirle comefossero un mosaico, possiamo gestire anche l’evoluzione tecnologica dell’implementazione. Nelle banche ci sono soluzioni che girano nel legacy del mainframe, che spesso non possiamo toccare perché sono molto vecchie e funzionano, ma ci sono anche soluzioni più moderne, come soluzioni cloud o fintech, che vengono innescate nella banca, e poi anche soluzioni tecnologicamente molto spinte, come una gestione di hardware specializzato, come può essere l’uso del quantum computing per il risk management».
«Se abbiamo un’architettura business-tecnologica modulare», prosegue Petroni, «l’implementazione è fluida: una soluzione può essere composta da blocchi funzionali che vengono ri-integrati in maniera veloce usando tecniche di macroservices o automazione su un supporto Kubernetes.
Da un tema di business process si passa quindi a delle business architectures che vengono splittate in componenti funzionali, quindi ricostruite in una serie di workflow. In questo modo le integrazioni con altri soggetti, per esempio una fintech, diventa molto più veloce. «Si tratta di un concetto di scalabilità non solo tecnologico, ma prima di tutto anche cognitivo, della collaborazione tra banca, azienda tecnologica e fintech, che avviene attraverso un’interfaccia stabile consentendo una possibilità di evoluzione più rapida, perché è una ricomposizione dei moduli».
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