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12 Aprile 2024 / 21:26
 
I campioni della pittura di Brescia e Bergamo tra XVI e XVIII secolo

 
Banche e Cultura

I campioni della pittura di Brescia e Bergamo tra XVI e XVIII secolo

di Maddalena Libertini - 5 Maggio 2023
A Palazzo Martinengo un “derby” artistico e culturale tra le due città gemellate per “Bergamo e Brescia Capitale Italiana della Cultura 2023”: a confronto l’evoluzione della produzione pittorica che raggiunge l’eccellenza nella ritrattistica, nelle scene di genere e nella natura morta.
Due città sorelle, Bergamo e Brescia; due bacini di valli costellati da centri minori; due poli di attrazione culturale (Milano e Venezia); due identità artistiche diverse e complementari che si dipanano per tre secoli tra Rinascimento e Barocco. Nell’ambito delle manifestazioni di “Bergamo e Brescia Capitale della Cultura 2023”, Palazzo Martinengo ospita fino all’11 giugno la mostra “Lotto, Romanino, Moretto, Ceruti. I campioni della pittura a Brescia e Bergamo”, con più di ottanta opere provenienti da collezioni pubbliche e private italiane ed estere che mettono in parallelo lo sviluppo della produzione artistica nelle due città, cercando di mostrarne affinità e singolarità.
L’esposizione, curata da Davide Dotti, è organizzata dall’Associazione Amici di Palazzo Martinengo, col patrocinio della Provincia di Brescia, del Comune di Brescia, del Comune di Bergamo e della Fondazione Provincia di Brescia Eventi, ed è sostenuta, tra gli altri, da Banco BPM, che per l’evento ha anche prestato il “Ritratto di gentiluomo con due figli” (1590-1600), olio su tela di Giovanni Paolo Cavagna (Bergamo, 1550–1627).

Lorenzo Lotto, Madonna con il Bambino e i santi Giovanni Battista e Caterina d’Alessandria

 
Bergamo e Brescia tra Milano e Venezia
Uno degli aspetti più interessanti indagati dalla mostra è proprio il meccanismo di relazione delle due città lombarde con i due centri principali e tra di loro: Bergamo e Brescia, così vicine geograficamente e culturalmente a Milano e così saldamente sotto la dominazione della Serenissima, di cui sono l’avamposto più occidentale dal 1428 fino alla fine del Settecento, si rivolgono all’una e all’altra ‘capitale culturale’ non sempre all’unisono e quasi mai con le stesse modalità, in un flusso di scambi, migrazioni, andate e ritorni.
La stabilità politica e la conseguente ricchezza consente la fioritura anche di committenze provinciali dai borghi delle valli bergamasche, con arrivi di polittici che i mercanti locali, trasferiti a Venezia, promuovono per abbellire le chiese delle comunità di origine. Di contro le vallate bresciane sono meno permeabili ai modelli lagunari e più orientate a far lavorare autori locali.
Il bresciano Vincenzo Foppa conosce la sua fortuna a Milano al servizio degli Sforza, prima di tornare nel 1489, quando viene nominato dal consiglio generale civico insegnante stipendiato di pittura e architettura alle dipendenze pubbliche. La sua scomparsa nel 1515 può essere presa come punto di partenza per la pittura bresciana del Cinquecento. Più o meno negli stessi anni giunge dalle Marche a Bergamo il veneziano Lorenzo Lotto accingendosi a realizzare tra il 1513 e il 1516 la pala Martinengo Colleoni e segnando un altro ideale momento d’inizio per il discorso sull’arte bergamasca. Lotto resterà fino al 1525 in una posizione di incontrastata supremazia artistica. A lui e a Venezia saranno strettamente legati Andrea Previtali, che si definiva “Joanis Bellini Discipulus”, Palma il Vecchio e Giovanni Cariani, questi ultimi due originari della Val Brembana, e Savoldo, protagonisti di avanti e indietro con la città dei dogi.

Alessandro Bonvicino detto Moretto, La Visitazione

 
Per i bresciani Romanino e Moretto, invece, il passaggio a Venezia rappresenta solo un’occasione per rafforzare la loro formazione con le novità di Bellini, Giorgione e Tiziano, prima di fare ritorno in patria e definire un’identità pittorica locale.
Ma non meno importanti sono i rapporti tra Bergamo e Brescia. Tra Lotto e Moretto, i due rispettivi campioni di questo secolo, c’è stima reciproca e amicizia. Il primo si rivolgerà al secondo via lettera nel 1528 chiedendogli di aiutarlo con l’incarico per le tarsie del coro della basilica di Santa Maria Maggiore di cui doveva fornire i disegni. A quella data Lotto è già rientrato a Venezia e l’arrivo di Moretto a Bergamo determinerà il suo successo locale e poi quello del suo allievo Giovanni Battista Moroni.
Nel secolo successivo, dopo la cesura della pestilenza del 1630 che cancella la generazione dei maestri manieristi, a grandi linee le dinamiche cambiano: i pittori bresciani si orientano verso Venezia, e in parte Bologna; i bergamaschi guardano invece all’ambiente ambrosiano e lì sono anche coinvolti in commissioni prestigiose. Nel Settecento, poi, i confini si ampliano e il benessere economico favorisce l’arrivo di dipinti ‘forestieri’ da più parti d’Italia insieme all’affermazione degli artisti autoctoni. I nobili bergamaschi e bresciani erano notoriamente collezionisti facoltosi ed è in questo secolo che le loro raccolte crescono a dismisura. A questo fenomeno corrisponde anche un’eccellenza riconosciuta dei pittori bergamaschi e bresciani che tendono a specializzarsi in soggetti apprezzati e richiesti dalla committenza privata: il ritratto, la natura morta, la pittura di genere, temi a cui la mostra dedica degli approfondimenti specifici.
 
Le opere in mostra
Lotto e Moretto, i capifila delle identità artistiche delle due città nel Cinquecento, possono essere messi a confronto diretto attraverso due tele: la “Madonna con il Bambino e i santi Giovanni Battista e Caterina d’Alessandria” (1522) e “La Visitazione” (1530?). Nell’opera del periodo bergamasco, Lotto inserisce due dettagli originali: una cassa di legno su cui appoggia il Bambino e lo scoiattolo da cui egli sembra ritrarsi spaventato, entrambi presagi del sacrificio che lo attende. La cassa allude a una piccola bara e lo scoiattolo era ritenuto capace di percepire il pericolo prima degli altri animali. Sullo sfondo nero risaltano il nitore delle carni di Gesù quasi a irradiare la scena, la delicatezza dei volti femminili e il vigore coloristico delle vesti della Madonna articolato sui contrasti dei tre toni primari. Lo sfondo scuro è presente anche ne “La Visitazione” morettiana: qui si riconosce un interno che si apre con una finestrella su un paesaggio giocato su soavi sfumature azzurre. L’effetto del controluce attutisce il cromatismo degli abiti e concentra l’attenzione sull’abbraccio tra le due donne e l’intreccio intenso dei loro sguardi. In questa dimensione intima ed emozionante, il pittore introduce un elemento di realtà con l’abbigliamento domestico e popolano di Elisabetta, con il grembiule infilato nella cintura.
 

Ritratto di Gerolamo Martinengo di Padernello; Ritratto di gentiluomo (Il poeta sconosciuto)

 
Di Moretto è degno di nota anche il “Ritratto di Gerolamo Martinengo di Padernello”, che apre la sezione della mostra che illustra l’importantissima tradizione locale del ritratto. Anche in questo caso l’intensità si condensa nell’espressività del volto che restituisce l’indole seria e altera del giovane aristocratico. A raccogliere e sublimare l’eredità del maestro è Moroni, considerato uno dei maggiori ritrattisti del Cinquecento europeo, come si vede dal “Ritratto di gentiluomo (Il poeta sconosciuto)” del 1560. Di Moroni è stata celebrata l’abilità naturalistica che combina l’introspezione psicologica con la nitidezza delle fisionomie, inaugurando quella “pittura di realtà” che connoterà i migliori interpreti del genere nei secoli successivi. In questo sarà un assoluto fuoriclasse nel Settecento Giacomo Ceruti, detto il Pitocchetto per la sua produzione dedicata a personaggi miseri e indigenti che egli affianca a quella dei ritratti aristocratici e delle figure di popolani, interessandosi a tutta la scala sociale del suo tempo.

Evaristo Baschenis, Composizione di strumenti musicali

 
Per le nature morte vale certamente la pena di menzionare Evaristo Baschenis, celebre per essere l’ideatore della natura morta musicale, e il singolare “L’uomo delle carni” di Antonio Rasio, che, alla maniera di Arcimboldo, compone un mezzobusto antropomorfo assemblando polli, cacciagione, insaccati, celebrando contemporaneamente la cultura gastronomica lombarda. Il tema culinario ritorna nell’opera di Enrico Albrici “Nani che cucinano la polenta”, che rientra nel gusto barocco delle cosiddette “bambocciate”.

Antonio Rasio, L’uomo delle carni

 

Una “mostra nella mostra”
La cucina e il cibo sono componenti fondamentali dell’identità di un luogo e di una comunità. Di questo e di altri temi che caratterizzano il patrimonio culturale di Brescia e Bergamo si occupa la prosecuzione del percorso espositivo al piano nobile di Palazzo Martinengo. Oggetti d’arte, cimeli storici, documenti antichi e fotografie d'epoca contribuiscono ad approfondire quattro tematiche: le tradizioni gastronomiche e quelle musicali tra Rinascimento e XX secolo; l’architettura, con particolare riferimento agli interventi condotti nel Novecento da Marcello Piacentini in entrambe le città; i due papi del XX secolo, il bergamasco Giovanni XXIII e il bresciano Paolo VI, e il loro rapporto con l’arte e gli artisti.
L’Associazione Amici di Palazzo Martinengo ha deciso che l’1% del ricavato della biglietteria sarà devoluto a Fondazione AIRC per la ricerca sul cancro con l’obiettivo di sostenere la migliore ricerca per la prevenzione, la diagnosi e la cura dei tumori. Inoltre, sarà battuta all’asta “Molecola della vita”, installazione dell’artista bresciano Maurizio Donzelli, e i proventi saranno interamente destinati ad AIRC.

Enrico Albrici, Nani che cucinano la polenta

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