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Penza (PwC Italia): "Gli shock geopolitici amplificano la contrazione del credito alle imprese"

di Flavio Padovan Maddalena Libertini
20 Aprile 2026

Negli ultimi quindici anni il credito alle imprese in Italia ha subito una contrazione significativa, accompagnata da una profonda trasformazione delle sue dinamiche. A evidenziarlo è Pietro Penza, Partner e Risk & Regulatory Leader di PwC Italia, a Credito al Credito 2026. “Dal 2011 il credito complessivo è sceso da circa 1,9 a 1,6 trilioni, ma quello alle imprese è diminuito di circa il 30%”, sottolinea, mentre cresce il peso del credito alle famiglie. Un riequilibrio che riflette un cambiamento strutturale: “ci siamo spostati verso forme di credito più orientate alla protezione, alla liquidità e alla gestione della circolazione”.

In questo contesto, la geopolitica agisce come fattore amplificatore. “Non esiste la geopolitica in astratto, esistono eventi geopolitici”, precisa Penza, citando evidenze empiriche che mostrano come shock specifici, come il conflitto russo-ucraino, abbiano ridotto il credito alle imprese esposte e limitato la capacità di sostituirlo con altre fonti. L’effetto si traduce anche in una ricomposizione delle forme tecniche: meno finanziamenti a medio termine e più strumenti a breve, coerenti con una maggiore incertezza su domanda e prospettive di investimento.

L’impatto è misurabile anche in termini quantitativi. “Un aumento dell’indice di rischio geopolitico è associato a una riduzione dello stock di credito alle imprese”, osserva Penza, evidenziando una correlazione negativa che, pur non assoluta, conferma il legame tra instabilità e contrazione del credito. Non un fattore strutturale in sé, ma un acceleratore di tendenze già in atto.

Per le banche, la sfida si sposta sulla capacità di anticipare il rischio. “Il vero obiettivo è intercettare un deterioramento prima che si trasformi in perdita”, afferma Penza. Questo richiede modelli che integrino dati quantitativi e segnali qualitativi, capaci di cogliere i cosiddetti “segnali deboli”. Ma la previsione non basta: “serve tradurla in azione, con sistemi di allerta e playbook operativi”. Un approccio necessariamente olistico, che tenga conto non solo del rischio Paese, ma anche delle catene di approvvigionamento e delle interconnessioni globali, sempre più determinanti nella valutazione del credito.


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